NFL Draft Stories – 1999

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A praticamente un mese di distanza dal Draft 2013, iniziamo questo percorso tortuoso tra le storie che gli ultimi draft ci hanno regalato. L’idea iniziale era partire dal 2000, ma poi il mouse è scivolato sul 1999 e dopo aver letto nomi come quelli di Tim Couch, Akili Smith e Ricky Williams era impossibile non parlarne.

Nel 1999 andava ancora di moda draftare runningback: Edgerrin James e il già citato Williams andarono via alla quarta e alla quinta scelta, prima di loro furono ben 3 i QB che aprirono le danze, 2 dei quali addirittura afroamericani, che diventano 3 se ad Akili Smith e Donovan McNabb aggiungiamo Daunte Culpepper, scelto alla 11.

Ma andiamo in ordine di scelte ed il primo dei tre che ci faranno compagnia in questa lettura è proprio Tim Couch, prima scelta assoluta di quel draft da parte della reincarnazione dei Cleveland Browns, ricomparsi come expansion team, dopo che nel 1995 Art Modell aveva deciso di trasferire la franchigia a Baltimora. Non sarà la prima volta che sentiremo parlare di expansion team e di Cleveland Browns: la combinazione delle due cose rischia di essere esplosiva come in effetti poi quell’anno è stata.

Un pezzo raro (da notare l'altro tifoso con la maglia di Couch)

Un pezzo raro (da notare l’altro tifoso con la maglia di Couch)

Tim si trova a giocare per una squadra francamente imbarazzante, con pochissimo talento: nei 5 anni con i Browns non ha giocato con nessun giocatore selezionato per il pro bowl, non ha mai avuto un ricevitore o un runningback da più di mille yard stagionali. L’unico giocatore che è salito vagamente alla ribalta (e non per motivi sportivi) è stato Karim Abdul-Jabbar, prodotto di UCLA, che scendeva in campo con la maglia numero 33, se qualcosa vi suona al tempo stesso strano e familiare non preoccupatevi, non siete i soli. Appena la cosa giunse all’orecchio di Kareem Abdul-Jabbar partì la causa processuale e il prima noto come Sharmon Shah fu costretto a cambiare nuovamente il suo nome in Abdul-Karim Al-Jabbar, mantenne il numero, a suo dire, in onore di Tony Dorsett e la furbata fu fatta rientrare obbligando la squadra (all’epoca dei fatti i Miami Dolphins) a ritirare le magliette con il suo nome. E questo fu uno degli acquisti che nel 1999 diedero vita ai nuovi Cleveland Browns: poi vi chiedete come mai Tim Couch fece fatica?

E ne fece davvero tanta: nell’anno da rookie finì con il sedere per terra prima di lanciare per ben 56 volte, numeri per un rookie che il solo David Carr (per restare in tema di expansion team) riuscirà a battere. La cosa non deve sorprendere più di tanto considerando che delle 32 scelte avute nei primi 3 anni, solo 3 vennero impiegate per draftare uomini di linea offensiva: due sesti giri ed un settimo giro.

In realtà, almeno inizialmente, l’anno da rookie era stato progettato come anno di insegnamento da passare sulla sideline, la disfatta per 43-0 nell’opener in prime time nazionale contro i Pittsburgh Steelers costrinse il coaching staff ad un cambio di rotta repentina, con il panchinamento di Ty Detmer a suo vantaggio. La prima vittoria dei nuovi Browns era arrivata poco dopo, ai danni dei New Orleans Saints, proprio grazie ad un suo “hail mary pass”, ma fu l’unico lampo di una stagione disastrosa conclusa con un record di 2 vinte e 14 perse. A posteriori è lui stesso ad ammettere che l’averlo lanciato troppo in fretta in campo sia stato un errore che ha influito non poco nella sua carriera così corta e così parca di soddisfazioni.

Anche i colpi che arrivarono influirono, la sua permanenza tra i pro è costellata da infortuni: il peggiore dal punto di vista scenico, oltre che clinico, arrivò nell’ultima partita della stagione regolare 2002, che rappresenta incredibilmente anche il momento più alto della sua carriera in NFL. La vittoria contro gli Atlanta Falcons era la nona stagionale e consentiva ai Browns di qualificarsi per la prima (e attualmente unica) volta ai playoff dal loro ritorno. Quella partita però Couch la finì all’ospedale, causa la rottura della tibia. Nei playoff, contro gli Steelers, pur perdendo, Kelly Holcomb conquistò il pubblico e l’head coach Butch Davis, lanciando più di 400 yard. L’anno successivo il posto di titolare fu dato a furor di popolo proprio a lui, con Tim che a fine stagione 2003 fu addirittura rilasciato dai Browns che andarono a prendere Jeff Garcia, uscito dall’esperienza ad alti e bassi con i 49ers.

Dopo il taglio, il protagonista del nostro racconto provò con i Packers, che in quegli anni erano alla disperata ricerca di un backup per Favre, ma addirittura ricevette dei “buuu” dal pubblico durante le partite di preseason e non superò il taglio dei 53 per iniziare la stagione, i problemi alla spalla lo condizionarono in maniera decisiva, l’etichetta di bust peraltro ormai lo rendeva un appestato, nel 2007 contattò disperatamente ognuna delle 32 squadre NFL per sondare se nessuna di loro avesse realmente bisogno dei suoi servigi e potesse dargli un’ultima chance. Tra disperati ci si intende ed è così che i Jaguars gli fecero firmare addirittura un biennale mettendolo in competizione per il posto di QB3 con Quinn Gray e Lester Ricard: la partita di preseason contro i Dolphins in cui lanciò per 11 yard con 2 completi su 4 tentativi è l’ultima occasione che abbiamo avuto per vederlo su un campo da gioco con il casco sulla testa, colpito anche da una squalifica per uso di steroidi in questo suo ultimo disperato tentativo di ritornare. Ora Tim lavora come opinionista per la Fox Sports South ed è convinto (dichiarazione sua di un anno fa) che se non ci fosse stato quell’infortunio contro i Falcons sarebbe stato ancora il QB dei Browns per molti anni e molti successi.

Akili, un attimo prima di diventare un bust, in maglia Oregon

Akili, un attimo prima di diventare un bust, in maglia Oregon

Quando poco fa ho accennato ai Packers ed alla loro smania di trovare un backup QB, molti di voi avranno pensato ad Aaron Rodgers, draftato poi nel 2005, in realtà il riferimento, sarcastico, riguardava un altro QB, che giusto un anno prima di Couch, fu pescato dal mercato dei giocatori liberi da Green Bay con l’intento di fargli coprire quel ruolo. Parliamo di Akili Smith, terza scelta assoluta del draft 1999. Su di lui sarò più sintetico, anche perché, che sia un fake o meno, non voglio spendere più di 20 righe su uno che su Twitter ha solo 130 follower. #dimenticatodalmondo

Quando, girando per la rete, troverete uno scout, rimasto anonimo, che paragona il Geno Smith draftabile quest’anno ad Akili Smith, sappiate che non gli sta facendo un complimento. Akili viene scelto dai Cincinnati Bengals, appena dopo il già ampiamente raccontato Couch e Donovan McNabb. Ed è proprio alla week5 contro i Cleveland Browns di Tim Couch che la terza scelta assoluta debutta come starter QB, mandato in campo per cercare di risollevare una situazione di squadra già disperata con un record che recitava al momento 0 vittorie e 4 sconfitte. Smith guida il drive conclusivo da 80 yard che porta al TD della prima vittoria stagionale e personale. È nata una stella?! Forse no, se consideriamo che nelle 17 partite da titolare che disputerà nella sua breve carriera ne vincerà solo altre 2, l’ultima delle quali ancora contro i Cleveland Browns il 29 ottobre 2000.

L’arrivo di Kitna prima e di Carson Palmer poi sembrano chiudere praticamente ogni possibilità di seconda chance, che invece arriva nel dicembre 2001 quando grazie agli infortuni altrui parte titolare contro i Jets, guida anche un bell’attacco nel primo quarto, ma quando ad inizio secondo quarto subisce lo strappo del quadricipite sinistro capisce che su di lui c’è come una maledizione. L’anno successivo i Bengals lo tagliano. Dopo il tentativo di fare la squadra a Green Bay, vola in Europa, dove nel 2005, senza troppa gloria, gioca 4 partite con i Galaxy di Francoforte. Riattraversa l’oceano per fare panchina anche in Canadian Football League. Ora Akili ha 37 anni e non gioca più, è diventato diacono di una chiesa battista e le ultime notizie che abbiamo di lui è che l’estate scorsa è tornato ad Oregon University per completare finalmente il suo percorso di studi e laurearsi, intervistato da quelli di Yahoo Sports dichiarava di necessitare un paio d’anni prima di farcela, grosso modo quelli che è durato a Cincinnati, prima di sparire nelle depth chart di mezzo mondo.

E pensare che i Bengals potevano anche salvarsi da questa sciagura: i New Orleans Saints erano alla disperata caccia di salire in quel draft. L’obiettivo era Ricky Williams, vincitore dell’Heisman di quell’anno, offrirono qualcosa come 9 scelte ai Bengals, che, cocciuti, rifiutarono. Sapete quando si dice “ha scambiato tutto il suo draft per prendere questo giocatore”, ecco per i Saints del 1999 non è un modo di dire. I Bengals rifiutarono l’offerta indecente, i Washington Redskins no. Riceverono tutte, ripeto TUTTE, le scelte del draft di New Orleans più il primo e il terzo giro dell’anno seguente per andare a scegliere con la quinta assoluta Errick Lynne Williams Jr., per gli amici “Ricky”. Non sappiamo quanto fosse fatto Mike Ditka (HC di New Orleans quell’anno) quando propose questo tipo di affare, di sicuro molto meno di quanto si fece Ricky durante la sua vita.

E' arrivato così....

Ricky 1.0

Ai Saints andò bene, ma niente che potesse giustificare un investimento simile. Molto meglio fece a Miami, non che la movida di Bourbon Street fosse così inferiore rispetto a South Beach, ma 3 anni dopo averlo draftato ed aver segato Ditka per scarsi risultati, la squadra della Louisiana decise di liberarsi anche di Williams, ricavandone peraltro 4 scelte, di cui 2 prime (che non diventarono precisamente oro: Charles Grant, DE onesto, quella del 2002, Johnatan Sullivan, DT, 6a assoluta, quella del 2003, arrivato dopo un’altra trade a salire, che deluse non poco e finì fuori dalla NFL sin dal 2006, che troveremo ancora tra qualche puntata…). Come dicevo, in Florida fece ancora meglio: in campo, chiudendo la prima stagione come leader di yard corse della lega con 1853, e fuori dal campo, chiudendo la seconda stagione in….comunità, o qualcosa del genere.

...yoga era...

Ricky 2.0

Ed è qui che interviene la vita parallela di Ricky Williams, personaggio dalla personalità controversa ed introversa, che non ama il mondo per cui lavora. Da questo malumore al ritiro il passo nella sua testa è davvero breve, così nel 2004, dopo l’ennesimo test antidoping risultato positivo alla marijuana, il numero 34 appende il casco al chiodo e si dedica ad una vita meditativa. L’annuncio arriva a 2 giorni dall’inizio del training camp in una stagione che porterà ai Dolphins solo 4 vittorie, che si trasformeranno poi nella seconda scelta assoluta del draft 2005, ovvero Ronnie Brown, RB chiamato proprio a sostituire il nostro eroe che nel frattempo si era iscritto al California College of Ayurveda, per apprendere gli insegnamenti della medicina omonima. Con lo yoga (di cui diventa anche maestro) spariscono anche le treccine e Ricky ritrovò dapprima la pace e in seguito la voglia di giocare a football.

A Miami lo riaccolgono a braccia aperte, vabbè….grossomodo. Il duo Williams-Brown combina per più di 1600 yard corse ad una media di 4.4 e grazie ad un rush finale di 6 vittorie porta i Dolphins a sfiorare una incredibile vittoria divisionale, pur restando fuori dai playoff. Tutto sembra ritornato sui binari giusti, ma il treno Ricky, fuma, sbuffa e finisce per deragliare di nuovo. L’ennesimo test antidoping non superato gli costa una squalifica di un anno da parte della NFL. Ma non finisce qui, perché il controverso RB californiano ha più vite dei gatti: grazie alla concessione dei Dolphins che gli permettono di giocare in una lega diversa dalla NFL pur essendo sotto contratto con loro, Williams firma per i Toronto Argonauts della Canadian Football League e solo le malelingue possono pensare che la scelta sia dettata dal fatto che in quel momento in CFL non ci fosse alcuna legislazione sull’abuso di sostanze dopanti e, soprattutto nel suo caso, stupefacenti. L’anno oltre al confine passa senza troppa gloria (109 corse, 526 yard, 2 TD) e quando, nel 2007, a 30 anni, ritorna in NFL ci sono ad aspettarlo gli infermieri dell’antidoping, sempre loro: è come cercare un coffee shop ad Amsterdam. Ricky non ha chance di passare quel test e il commissioner Goodell lo sospende nuovamente a tempo indeterminato, qui però scatta qualcosa: si iscrive ad una terapia disintossicante, passa un numero imprecisato di test a sorpresa e a fine novembre ottiene il lascia passare per ritornare in NFL, un ritorno inizialmente tribolato, visto che proprio nella prima partita subisce un infortunio che lo costringe a terminare la stagione. Ma quello che l’infortunio (suo) toglie, l’infortunio (di Ronnie Brown l’anno successivo) restituisce. Ha la chance di essere nuovamente titolare unico dell’attacco dei Dolphins e la sfrutta alla grande: conclude la stagione 2009 con 1121 yard corse, una media di 4.8 a portata e ben 11 TD (2a volta in carriera in doppia cifra).

Siamo alla terza (?), forse quarta resurrezione. Ormai rasato a zero, nel 2011 firma un biennale con i Baltimore Ravens, l’ultima partita di stagione regolare di quell’annata diventa il 26esimo giocatore nella storia della NFL a superare le 10.000 yard corse in carriera. Ha 34 anni, ma è come se ne avesse vissuti 68: il 7 febbraio dell’anno scorso avvisa i Ravens che il treno Ricky è arrivato a fine corsa nonostante avesse ancora un altro anno di contratto. E proprio l’anno dopo Baltimora vince il Super Bowl. Ha preso tante scelte nella sua pur giovane vita, ne avesse azzeccata mezza….

Ricky 3.0

Ricky 3.0

azazelli

Da giovane registravo su VHS tutte le finali di atletica, mondiali ed olimpiadi, poi m'hanno cancellato il record di Donovan Bailey con Beautiful e mi sono dato al download. Vivo di sport, cerco di scriverne.

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9 Risposte

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