Il mio anno preferito

È difficile spiegare l’anno preferito. È come scegliere il film preferito, il libro migliore, il più grande album di tutti i tempi. Un gioco stupido ed inutile. Come può esserci, in una passione complessa e ampia come può essere la vita, un attimo sportivo, musicale o quel cazzo che vi pare, migliore di altri? Il migliore di tutti? C’è questo ragazzino, avrà sedici anni. Forse uno in meno. Al massimo due, non di più. Non ha barba, non ha peli studenteschi, non ha fisico. Non ha niente. Però lo guardi e pensi che ha un mondo davanti, un mondo da affrontare, da sconfiggere e forse lui sì, in quel momento, sa cos’è “l’anno migliore”. O forse sta semplicemente per viverlo. È il momento in cui pensa di riuscirci, in ogni caso. È il suo momento. È il suo anno migliore, il suo anno preferito. È difficile pensare all’attimo in cui il vostro momento è stato il migliore. Il momento, il minuto esatto, in cui avete pensato che quello fosse il vostro anno preferito. Non necessariamente il più bello, il più proficuo: il preferito.

Stadio Cabassi, Carpi, 1990. La curva Nord (Ovest)

Stadio Cabassi, Carpi, 1990. La curva Nord (Ovest)

C’è Carpi-Venezia allo stadio. Giornata invernale, grigia, come solo la pianura padana riesce ad essere. Umida, senza colori, offensiva e fastidiosa. Carpi, vicino al cuore di quel grigiore, è un posto che non ti aspetti. Riesce ad essere povera e contadina, paninara e figaiola, falsa ed illuminata, sborona ed alternativa, ricca ed industriale. È un bordello borghese inspiegabilmente fiero di esserlo. Carpi è quel posto dove tutto cambia nome e dimensione, dove non c’è provincia perché non puoi infilare un monte dentro all’oceano e dargli un senso, non puoi dare un orizzonte al nulla. Carpi è quel posto dove il dialetto modenese sta per diventare reggiano ma non lo diventa, dove stai per entrare nella bassa ma ancora non ci sei, dove cerchi qualcosa che c’è già in “città” ed è fatto peggio, dove trovi qualcosa che non c’è già in “città” ed è fatto peggio lo stesso. Dove c’è la “football nation”, si calciano i punt in piazza ed ogni panchina ha una sua storia da raccontare, di amore, eroina e birra. Sei in quel posto dove si potrebbe andare sempre in bicicletta ma tutti devono parcheggiare in culo al negoziante di riferimento. Sei in quel posto del modenese dove è nata la prima squadra del fùtbal ma non ci sono storie o tifosi, vittorie o imprese: non è il Modena, non rappresenta nulla, solo Carpi. Al Chérp. Moda, a volte. Tendenza. È un posto dove la Curva Ovest la chiamano Curva Nord così i cori riescono meglio e dove la serie A la giocherai a Modena dove nessuno vuole andare, ma ci andrai perché è così che gira il mondo anche se a Carpi, a volte, gira al contrario.

Non puoi dire che Carpi sia il luogo del tuo anno preferito a prescindere, quello migliore, ma se pensi alle divanate, al tifo fatto davanti ad una pizza e un birra, in streaming o via satellite, quello è il posto dove sei stato fino ad oggi. Dove nasce questa rubrica che vuole raccontare attraverso il blog dello sport sul divano per eccellenza tutto ciò che si lega ad un anno di serie A senza dimenticare che non siamo qua (solo) per questo. Se siamo qua non è per il calcio, non per il ciclismo. Nemmeno per il basket se ci pensiamo bene. Se siamo qua è per Walter Payton. È per il 1985. È per Mike Singletray. È per Da Coach. Se siamo qua è perché qualcuno ha vissuto il suo anno preferito davanti ad uno schermo, in mezzo ad una bolgia, lungo Michigan Avenue, in un pub puzzolente che offriva birra scialba ed economica. Se siamo qui è per rivivere quel momento. Che non arriva. E non arriverà. Non tutti hanno un Mourinho ed un Principe nel proprio destino, uno che passa e scrive sui muri qualcosa di unico che rimane per sempre, come le storie d’amore che non dimentichi mai, come i pochi natali che riesci a ricordare di quando eri bambino e scartavi i regali col cuore che ti esplodeva in gola.

È difficile indicare un anno preferito, perché un anno è un periodo troppo breve per essere vissuto come dovrebbe ma troppo lungo per contenere così tanta gioia che nemmeno una vita sarebbe in grado di trattenere. Non sappiamo cosa dovrà uscire da questi passi che faremo insieme in questo anno che, sportivamente parlando, non sarà un anno tradizionale ma seguirà le orme di una stagione sportiva, passando tra football, basket, rugby e… calcio. Anzi, e Carpi. Perché di calcio ne parleranno dovunque, sempre e comunque. Di Carpi, del Carpi, dell’Associazione Calcio Carpi, oggi FC Carpi 1909, no. Di quello non ne parleranno. E questo, comunque vada, è il nostro anno preferito. È l’anno in cui ogni trasferta, ogni chilometro, ogni granello di polvere avranno un sapore diverso, unico. Il momento in cui, qualunque cosa accada passa sportivamente in quel tunnel dentro al quale non puoi più tornare indietro. Dove non vedi mai la fine perché, in fondo in fondo, non vuoi che finisca mai. Non ci sono musiche o immagini, parole o gesti, c’è solo quella sensazione che tutto possa essere come un’onda che sta per disintegrarsi contro gli scogli per poi sparire per sempre rimanendo, nel suo essere onda, un esemplare unico e non replicabile nella stessa identica maniera. Il momento di massima forza, come la giovinezza, come la vita che non torna più. Né peggiore né migliore. E in mezzo, nello schianto dell’onda, c’è quell’attimo, quel momento a cui associ suoni e colori, volti e parole, odori e sapori che non dimentichi mai.

Lacrime e sorrisi non hanno senso nell’anno preferito perché non esiste mai un modo per raccontarlo davvero. Come l’amore: esiste senza che tu ne conosca il motivo e senza che tu sia in grado di spiegarlo perché quando ce la fai è un amore finito. È un ricordo lontano, un momento che stai raccontando perché non può più essere vissuto. Vorresti dire tutto questo a quel ragazzo di quattordici anni, forse qualcuno in più, forse persino quindici. Ma lui va di fretta, con tutto il mondo davanti, con un biglietto per la Curva Nord (Ovest) della SIAE, di quelli che poi potevi usare anche al cinema o alla discoteca. Vorresti dirgli tutto questo ma non sapresti quale movimento dell’onda è quello perfetto, quale il suo preferito. Potresti metterlo in guardia su tutto ciò che è la vita senza sapere di cosa parli. E così lui ti sfugge, corre dentro al Cabassi per quel Carpi-Venezia. È il giorno di Massimo Spezia, uno che è un idolo senza sapere bene il perché. Tante presenze sparpagliate in piccoli bocconi, poche partenze da titolare. Ma quel giorno sì. Quel giorno è titolare.

Non puoi fermarlo quel ragazzino che corre su per le scale mentre il Punta invita come sempre a consumare l’ultimo pezzo di gnocco fritto rimasto già un’ora prima del fischio d’inizio. Ovviamente caldo, bollente (anzi, bolénte, perché il Punta lo riesce a dire solo con lo strascico emiliano e non in italiano corretto) e ovviamente l’ultimo, perché ogni pezzo che vende è sempre l’ultimo. Forse è l’anno preferito per tutti quello. Tanta gente, tanta passione, Punta e il gnocco, Aguzzoli, Nannini, Mister Ugo Tomeazzi e Farneti, il derby col Modena atteso per decenni. Niente fenomeni e niente palloni d’oro, in pieno stile Carpi, niente numeri da ritirare, solo tanta emozione per quella C1 vera, finalmente arrivata ed ora vissuta.

Massimo Spezia, nel suo anno preferito

Massimo Spezia, nel suo anno preferito

Gioca Massimo Spezia contro il Venezia. È la sua partita. È il momento in cui l’onda si alza al suo massimo livello prima dello schianto, prima di sparire per sempre lasciando in suo ricordo un suono lontano di acqua che sembra friggere mentre si ritira dalla terra ferma. Il coro parte già dal riscaldamento. Lui saluta, come sempre, come tutte le volte che poi avrebbe passato in panchina o per tutti quei momenti in cui i minuti sarebbero stati troppo pochi, sul campo, per lasciare un segno. Per schiantarsi su uno scoglio. È febbraio. È grigio. È una bruttissima partita. Il ragazzino di quattordici anni o forse quindici sta attaccato ad una transenna della curva, canta quello che Nipa dice di cantare. Batte le mani quando Nipa dice di battere le mani. Fa il “treno” quando Nipa chiede ai ragazzi di fare il “treno”. Il mondo del tifo, nella Nord (Ovest), sta morendo prima ancora di nascere, forse per problemi di orientamento geografico, ma è bello essere lì, a quindici anni.

Il Carpi (l’AC, per i più intimi) comincia un’azione ad inizio ripresa, la palla finisce sulla fascia sinistra dove un tizio dimenticato ma certamente importante se la porta sino quasi sul fondo e poi la scodella in mezzo. Nessuno ha seguito l’azione, nessuno si è alzato in piedi dalla tribuna esaltato dal contropiede. Persino in campo, tra freddo e grigiore, i giocatori sembrano disinteressarsi dell’azione. Massimo Spezia no, lui è l’eroe del giorno. Avrà toccato due palloni in un’ora, ma in quell’azione fa quello che fa una punta, il Paolo Rossi della situazione. Corre verso la porta avversaria per prendere posizione sa fare solo quello e deve fare quello, qualunque cosa accada. Lui corre dritto, senza palla e verso la porta e vaffanculo al mondo intero. E più il compagno corre verso il fondo più lui avanza. Arriva sino al limite dell’area piccola quando parte il cross da sinistra. La palla è perfetta ma lenta, lentissima, non è un’onda che si schianterà sullo scoglio ma un piccolo movimento dell’acqua a riva che sale e riscende su un bagnasciuga della riviera romagnola.

Il difensore che marca Spezia si muove verso la palla per intercettarla. È fuori tempo, completamente fuori tempo. Quella palla è lenta, ma è lunga, lunghissima e qualcosa sembra tenerla in cielo per un tempo infinito. Il difensore è completamente fuori tempo ma se ne accorge tardi. Anche il portiere, tal Bosaglia, non capisce, e non si muove dalla linea di porta convinto che il suo compagno respinga di testa. Ma quella palla è segnata e il difensore, saltando goffamente per colpirla, non la sfiorerà nemmeno.

Il pallone finisce a quattro metri dalla porta ed ad un centimetro da Massimo Spezia che la colpisce con tutta la forza che ha. In realtà è un colpo di testa debole, debolissimo. Quel pallone che sembra non scendere mai dal cielo ora non sembra staccarsi mai dalla testa di Spezia. E invece si stacca e, lentamente, per un momento che sembra interminabile mentre la gente si tiene in gola quel grido che vorrebbe buttare fuori anche se fosse la partita di bigliardino delle 18 al Bar Corner; un momento lunghissimo durante il quale la palla passa tra portiere e palo. Gol e uno a zero fino alla fine.

Mentre il pallone entra la curva Nord (Ovest) esplode per quanto gli riesca di esplodere, vincendo improvvisamente freddo e noia. Spezia gira intorno alla porta, salta i cartelloni pubblicitari, corre oltre la pista di atletica e arriva sotto la curva dove si arrampica sulla rete che separa la parabola del velodromo dal campo, rimanendo con una mano appeso alla recinzione e con l’altra a sventolare il pugno in segno di gloria verso una massa umana che in quel momento vorrebbe sommergerlo. E mentre accade tutto questo Massimo Spezia fa una cosa strepitosa, naturale e, soprattutto, inattesa: piange.

Lì, in quel buco di culo di mondo, in quell’inutile campionato di C1 (Girone A), nella nebbia e nel freddo di una gara tranquilla per la classifica e per il pubblico sopito dentro i giacconi più pesanti che possiate immaginare, l’attaccante più idolatrato e meno utilizzato di via Marx segna e piange.

Ne ricorderanno tanti di nomi i ragazzi di quella curva, molti più di noi. Molto più forti e molto più concreti, molto più impegnati e con un bollettino vittime a fine anno degno del miglior cacciatore di cinghiali. Ne passeranno tanti, amati come non mai. Ma il ragazzino di quindici anni o giù di lì si perde in quelle lacrime e solo lì, in quel momento, capisce il senso del coro in suo nome, dell’amore per la maglia, per il gioco. E si convince che per Massimo Spezia, qualunque sia stata la sua carriera prima e dopo quella stagione, quello è il momento migliore: l’anno preferito. Un anno in un colpo di testa goffo e lento, in un’azione patetica e surreale, in un pomeriggio freddo e grigio. L’anno migliore in un tocco e in una lacrima.

È difficile spiegare l’anno migliore. È come scegliere il film preferito, il libro migliore, il più grande album di tutti i tempi. Un gioco stupido ed inutile. Come può esserci, in una passione complessa e ampia come può essere la vita, un attimo sportivo, musicale o quel cazzo che vi pare, migliore di altri? Il migliore di tutti? È facilissimo, però, perdersi nelle lacrime di Massimo Spezia e ricordarle per sempre come il momento in cui l’onda smette di alzarsi e comincia finalmente a scendere, con un moto sempre improvviso e potente si abbatte sullo scoglio dando, per un attimo, l’impressione di poterlo spazzare via. L’Anno Preferito è così, forse non un anno intero ma un momento, un secondo, un colpo di testa.

..ma anche a Marassi, al San Paolo, a San Siro, all'Olimpico...

..ma anche a Marassi, al San Paolo, a San Siro, all’Olimpico…

C’è questo tizio di quarant’anni, forse qualcuno in più, tipo quarantuno. Non lo riesci a fermare ora, non lo riconosceresti nemmeno se lo avessi conosciuto qualche tempo fa. Va di fretta, agitato. Sta per entrare a Marassi, non il carcere, no. Lo stadio. Corre veloce le scale verso la gabbia, il settore ospiti, assaporando con la mente ogni rumore, ogni colore, ogni respiro che ha intorno. Questo tizio quando era ragazzino era convinto che, molto più provincialmente di Freccia (quello della Radio), poche cose potessero essere come il gol del 18 febbraio 1990. Che non ci sarebbero stati più momenti come il gol di Spezia. E forse aveva ragione, o forse invidiava già quella che un giorno avrebbe ricordato come la sua giovinezza.

Oppure sbagliava, quel ragazzo. Sbagliava sicuro. Ma quindici anni, si sa, sono l’età migliore per sbagliare. E per ricominciare.

giorni come questo. come il tuo giorno d’oggi.
forse la pioggia sulla finestra che cerca
di arrivare fino a te. oggi che vedi?
cos’è? dove sei? i giorni migliori
a volte sono il primo, a volte quello di mezzo
e certe volte persino l’ultimo.

Charles Bukowski

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12 Risposte

  1. angyair ha detto:

    Grazie china.

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