Impressioni e numeri del Super Bowl 50

Super Bowl 50

D-#

Premetto. Tifo per i Patriots. Non ho nulla contro i Broncos. Non ho nulla contro i Panthers.

Mi fece piacere vedere John Elway vincere finalmente non uno, ma addirittura due SB. Non ho nulla contro Newton, è un istrione ed è un po’ pagliaccio, e non è il mio tipo preferito di atteggiamento, ma non ha alcuna importanza sulle mie osservazioni e non credo abbia nulla a che vedere con il fatto che i Panthers siano andati 15-1 nel 2015, ma solo 7-8-1 nel 2014. Senza e con Kelvin Benjamin.

È stato un brutto Super Bowl. Brutto come e peggio di quello tra Steelers e Seahawks (SB XL). Allora si offesero alcuni tifosi di Pittsburgh perché lo scrissi. Oggi si offenderanno alcuni tifosi dei Broncos. Altri capiranno. Per vincere non è necessario essere belli. Che poi… che cos’è il bello? Ma ci arriveremo dopo.

Però, e non ci sono dubbi, non siamo diventati appassionati della NFL per merito di partite come quelle di domenica 7 febbraio a Santa Clara, California. Gli spettacoli sportivi che ci hanno fatto innamorare di questo sport sono ben altri. Accetto che i puristi scrivano: “Le difese vincono le partite!”. Forse è vero, ma solo al 50%. Sottolineo inoltre che non è certo con questi attacchi che si vendono i biglietti. La NFL è un business. È la lega dei QB, la lega degli attacchi aerei, non è più Franco Harris e Larry Csonka. I passaggi da TD ed i 30 punti a partita servono.

Costruire una squadra è – per certi versi – un’opera d’arte. Devi scegliere 63 giocatori (53 per il roster e 10 per le riserve) che devono coprire tutti i ruoli, devono essere multiruolo, devono adattarsi alle circostanze, devono saper cambiare pelle a stagione in corso e, spesso, a partita in corso. E poi ci sono gli infortuni e, soprattutto, gli avversari. Serve adattarsi agli altri. La squadra perfetta non esiste, anche i Patriots che arrivarono 16-0 non lo erano. Quando John Elway ha costruito questi Broncos non avrebbe mai pensato di arrivare al Super Bowl con un QB che aveva messo insieme una delle tre peggiori regular season di sempre (Trent Dilfer e Vince Ferragamo gli altri) prima di giocarsi il Super Bowl. Invece è successo.

Questo buco in un ruolo chiave non ha impedito ai Broncos di arrivare 12-4 e primi nella conference e di poter ospitare due avversarie in casa. Gli Steelers – dopo la “battaglia” con Cincinnati – sono arrivati a Denver a pezzi, con un Ben Roethlisberger a mezzo servizio, senza il ricevitore principale Antonio Brown e con il terzo RB. I Patriots, seppur con 12 uomini in IR, si sono invece presentati in condizioni fisiche migliori di Pittsburgh ed hanno, quasi, ripetuto la partita disputata in regular season. Allora fu 24-24 e poi OT. Nell’AFC Championship Game solo una trasformazione da un punto mancata ha impedito un nuovo pareggio, 20-20 ed un nuovo OT. L’equilibrio fra le due squadre è stato davvero incredibile.

La corsa nella stagione regolare è stata invece molto “regolare” e dirompente per i Carolina Panthers. Un record di 15-1 (almeno 15 vittorie realizzate solo sette volte nella storia della NFL) non ha praticamente concesso chance a nessun avversario. Nei playoff nei due primi tempi delle due partite disputate i Panthers hanno messo serie ipoteche al passaggio del turno. Qualche brivido con Seattle, tutto invece è filato liscio contro Arizona.

C’è da dire che la corsa nella regular season non ha molto a che vedere con le due-tre partite di playoffs. Nella regular season c’è tempo di recuperare (Kansas City), di assorbire infortuni (New England), di superare momenti di cattiva forma (Denver). Nei playoffs il matchup e condizioni contingenti alla partita prendono il sopravvento. I Broncos hanno disegnato i loro gameplan sulla difesa e sono riusciti ad irretire prima Tom Brady e poi Cam Newton. Negli ultimi drive del Super Bowl, Gary Kubiak ha chiamato “run, run, run”. Visto che la difesa stava fermando Newton, l’attacco doveva solo consumare tempo ed evitare palle perse. Non è quello che un general manager pianifica nella offseason, ma è certamente quello che un coaching staff deve fare in gennaio per vincere le due partite che restano da disputare.

Esteticamente è venuta fuori una partita brutta, dove Denver rinunciava ad attaccare per l’inabilità di Peyton Manning e dove Carolina non riusciva ad attaccare per la pressione difensiva dei Broncos su Newton. Neppure il fatto che per lungo tempo ci fossero solo sei punti tra le due squadre riusciva a creare quella tensione che è la chiave delle partite punto a punto. L’impressione era che Denver fosse in completo controllo delle operazioni. Questa fotografia deve essere rimasta stampata pure nella mente di Newton che, a tre minuti dalla fine, non si è gettato sul suo fumble; non rendendosi conto che – se lo avesse recuperato – avrebbe potuto: a) raccogliere la palla e correre per il primo down, b) calciare un punt nel down successivo ed avere un ulteriore drive a disposizione per segnare sette punti e VINCERE la partita. La sua scioccante affermazione invece è stata: “But we didn’t lose that game because of that fumble. I can tell you that.” Non sono d’accordo.

Super Bowl 50

Il momento decisivo.

Il football è uno sport deterministico. Ogni azione è immediata conseguenza di quella precedente. Senza lo strip di Von Miller non c’è il TD di CJ Anderson. Senza il fumble di Newton, Carolina calcia un punt e nessuno può sapere il resto della storia.

Brutto, e lo dicono anche i numeri, se a qualcuno non bastano le impressioni. Perché non c’è stato alcun passaggio da TD come solo tre volte in precedenza. Nel SB III quando i Jets di Joe Namath sorpresero i Colts di Earl Morrall (3 INT) e Johnny Unitas (entrato troppo tardi per poter cambiare le cose); nel SB VIII quando i Dolphins di Bob Griese (7 passaggi tentati!) usarono solo le corse contro i Vikings di Fran Tarkenton (1 INT); ed abbastanza a sorpresa nel SB XXVIII quando né Troy Aikman, né Jim Kelly riuscirono nell’impresa di lanciare un solo TD pass.

Il risultato numerico è stato abbastanza ovvio: un rating di 56.6 per Manning e di 55.4 per Newton. E se Carolina è riuscita a mettere insieme 383 yds, ha però segnato solo 10 punti. Mentre i Broncos si sono fermati a 231 yds e due TD creati dalla difesa.

Broncos e Panthers hanno combinato per un 4 su 29 di conversioni al terzo down (peggior record di sempre). I numeri non dicono tutto, ma non dicono neppure le bugie.

Ma alla fine, che cosa resta di concreto?

Resta il terzo titolo per i Broncos, un vanto che solo altre otto franchigie possono vantare (alcune ne hanno ovviamente vinti di più). Resta l’ottavo Super Bowl giocato dai Broncos (un record che condividono con Cowboys, Steelers e Patriots).

Resta il secondo anello per Peyton Manning che, paradossalmente, lui, il re del gioco aereo, ha vinto due Super Bowl, in due partite per lui un pochino anonime. Manning ha lanciato almeno un INT in ogni Super Bowl giocato.

Resta una grande prestazione difensiva di Denver che ha regalato a Von Miller solo il quarto MVP ad un linebacker. Solo il decimo difensore a prevalere.

Resta la bocca amara a Newton che, memore della storia passata, deve sapere che un certo Dan Marino…

Potrebbe anche interessarti...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: