Los Angeles Rams – Tempo di Relocation

In principio furono i Decatur Staleys: era il 1921 e per volere di George Stanley Halas i Staleys si spostarono 160 miglia più a nord, sul lago Michigan, più precisamente a Chicago. Stanley all’epoca era giocatore, allenatore e proprietario della squadra e con quella mossa divenne anche “pioniere” (il soprannome Mr. Everything è uno dei più azzeccati di sempre). Le tre lettere “GSH” che leggete sulla maglia dei Bears non sono un caso. Sì, perché i Decatur Staleys nati nel 1919, dopo un anno come Chicago Staleys (concessione che gli fruttò 5mila dollari), divennero i Chicago Bears, a quasi 100 anni di distanza la franchigia professionistica con il maggior numero di vittorie (741, +21 sui Packers) e con la percentuale più alta di successi (.572, +.003 sui Cowboys).

Los Angeles Rams

Mr. Everything

Nota a margine di questa prima relocation per il mondo del football: a Chicago i Bears trovarono un’altra squadra, i Chicago Cardinals (poi St.Louis, poi Phoenix ed infine Arizona), suona leggermente familiare con quanto sta (ri)succedendo a Los Angeles, vero? Curiosità, se i Bears sono tra le franchigie più vincenti, i Cardinals sono i peggiori per numero di sconfitte (724) e devono ringraziare i giovani Buccaneers (nati nel 1976) se non lo sono anche per la percentuale (.425 vs .385).

Gli ultimi a spostarsi, sino a poche ore fa, erano stati gli Houston Oilers, che nel 1997 divennero i Tennessee Oilers trasferendosi temporaneamente a Memphis per poi approdare a Nashville, per diventare infine i Tennessee Titans nel 1999 (pare che Ligabue nel verso di una delle sue tante canzoni con le quali ci commuoviamo sempre (cit.) quando dice “Reggio, Liverpool, Memphis, Nashville” citasse proprio le vicissitudini degli Oilers…).

Nel mezzo ci sono decine di spostamenti restando solo al mondo del football NFL (il più noto e più romanzato quello dei Baltimore Colts che di notte se ne andarono ad Indianapolis, consigliamo a riguardo il 30 for 30 relativo). Il concetto di relocation (mantenere i giocatori, l’organigramma e i titoli, ma cambiare la città ed in alcuni casi anche il nome) è uno degli aspetti più incomprensibili per la nostra concezione del mondo sportivo. L’unico esempio che può venire in mente pensando a quello che avviene al di qua dell’oceano è la mossa con la quale sostanzialmente Zamparini trasferì il Venezia a Palermo.

Era il 2002 e il già focoso proprietario del Mercatone Zeta (MZ, Massimo Zamparini…) decise che gli ostacoli posti dalla amministrazione locale che gli proibiva di costruire uno stadio nuovo con all’interno il suo centro commerciale (e questo tornerà buono anche al di là dell’oceano) erano un motivo valido per salutare tutti. Per certi versi, pioniere anche lui.

Una mattina, dopo aver comprato le azioni di maggioranza del Palermo da Franco Sensi, si presentò in ritiro dal Venezia, caricò su un pulmino una decina di giocatori, compreso l’allenatore Glerean e li portò ad un centinaio di chilometri dove era in ritiro prestagionale la sua nuova squadra. A Palermo poi ha investito in questi 14 anni tanti soldi, ha fatto tanti affari dentro e fuori dal mondo del calcio, in sostanza ha trovato un mercato che gli permettesse di guadagnare e di lavorare di più.

Imprenditorialmente non c’è nulla di sbagliato, dal punto di vista sociale ovviamente questa mossa ha lasciato uno strappo non da poco: per carità almeno a Venezia una squadra di calcio grossomodo è restata (negli USA sostanzialmente il vuoto lasciato è ancora più lacerante), anche se da allora è sparita dal calcio che conta (con Zamparini s’era vista la serie A, indimenticabili i periodi con Recoba e Walter Novellino), è passata attraverso un doppio (triplo?) fallimento, ha avuto dei proprietari prima russi, poi americani (ora il presidente è Joe Tacopina, quello passato come una folata di vento anche per il Bologna FC, che meriterebbe un approfondimento a parte) ed al momento dopo essere passata per ridenominazioni varie è nota come FBC Unione Venezia, gioca sempre nello stesso stadio, il Penzo, tanto caratteristico quanto ormai obsoleto (capienza ridotta a 7.500 posti) ed è iscritta al campionato di Serie D: una vera e propra odissea, senza fine.

Los Angeles Rams Stadio a bordo vasca

Stadio a bordo vasca

Ma torniamo negli USA e sfruttiamo l’assist di cui sopra: lo stadio! Ovvero la ragione principale o quanto meno la punta dell’iceberg delle ragioni che spesso spinge un proprietario a trasferire la sua squadra in giro per gli USA. Se ne parliamo oggi è perché appunto dalla stagione 2016 i Rams torneranno a Los Angeles e dal 2019, o comunque appena saranno finiti i lavori, alloggeranno nel nuovissimo stadio ad Inglewood (sino ad allora saranno ospiti del Coliseum, uno stadio tanto glorioso, qui giocano i Trojans di USC e qui si sono tenute le olimpiadi del 1932 e del 1984, quanto ormai vetusto, soprattutto per gli standard americani).

Per loro si tratta di un ritorno: qui sono arrivati nel 1946 (prima della guerra giocarono in più intervalli a Cleveland) e qui sono rimasti sino al 1994, quando la proprietaria Georgia Frontiere, decise che il mercato di L.A. non faceva più al caso di una franchigia NFL e la trasferì nel Missouri, a St. Louis (peraltro suo paese natale) e qui vinse l’unico Super Bowl della franchigia.

Dal momento della sua morte (2008) sono iniziate le voci di un possibile ritorno a Los Angeles, ma non è tanto un fatto affettivo, quanto economico: il nuovo stadio nascerà sui terreni di Stan Kroenke o comunque in una zona in cui il proprietario dei Rams ha già investito. Non sono valsi a molto i tentativi della città di St. Louis per trattenere i Rams, alla fine l’ineluttabile è avvenuto: Kroenke guadagna (o pensa di guadagnare) di più spostando la squadra a Los Angeles ed è lì che andranno. Poco importa se è proprio da lì che sono scappati, poco importa che lasciano una città orfana della propria squadra (anche se il “propria” andrebbe messo tra virgolette, stando alle precedenti relocation). Per certi versi è lo scontro di due anime spesso in lotta tra loro che comunque coesistono all’interno dello sport americano: da una parte il romanticismo, dall’altra il fattore economico.

Los Angeles Rams Il disegno del nuovo stadio ad Inglewood

Il disegno del nuovo stadio ad Inglewood

Il tutto è stato votato dalla assemblea dei proprietari, perché l’NFL comunque resta una lega privata di 32 proprietari che tra le altre cose oltre che alle regole del gioco, decidono anche se far entrare nuovi “soci” o appunto se ritenere opportuno spostare uno squadra da un punto A ad un punto B. Perché per loro più la lega genera soldi, maggiore sarà l’investimento che potranno fare negli anni successivi, insomma arricchendosi Kroenke si arricchiscono anche loro e le loro squadre.

Ed ai tifosi di St. Louis non ci pensa nessuno? Certo quello è il danno principale, ci dicono che molti tifosi dell’allora Los Angeles Rams sono rimasti tali, a Seattle invece odiano gli Oklahoma City Thunder: è una ferita che ognuno metabolizza a modo proprio. Non a caso, per molti tifosi dei Raiders (probabilmente non quelli che abitano ad Oakland, che comunque stanno facendo fatica a riempire uno degli stadi più piccoli della NFL) il trasferimento a Los Angeles sembrava essere l’unica via per risollevare una squadra che prima di trovare una via vincente sul campo da football (e sembra ci stia provando), deve trovare un assestamento economico e di appeal in grado da poter dare solide fondamenta che ora, giocando su un campo condiviso con il baseball, sembra proprio non avere.

Nominiamo i Raiders non a caso e non solo perché anche loro erano a Los Angeles: un po’ come i Cardinals ed i Bears, entrambe arrivate a Chicago nel 1920, pure i Raiders volevano (ri)unirsi ai Rams (le due franchigie lasciarono la città degli angeli all’unisono nel 1995, insomma è una ruota che gira…) in quel di Inglewood o di Carson. Perché i progetti di uno stadio nuovo a L.A. erano in effetti due: quello di Carson vedeva come possibili primi arrivi i Chargers (ora a San Diego), ma evidentemente Kroenke (multiproprietario in giro per gli sport mondiali: sotto la sua gestione in qualche modo aleggiano tra le altre anche i Denver Nuggets, NBA e i Colorado Avalanche, NHL oltre che una partecipazione piuttosto cospicua dell’Arsenal) ha molti più amici in giro per la lega di quanti potesse avere il progetto di Carson.

Per San Diego però non si è trattata di una vera e proprio bocciatura: la lega, nella votazione di cui sopra, ha anche deciso che hanno la possibilità di trasferirsi ad Inglewood, un diritto di prelazione per essere la seconda squadra (ahiloro in tutti i sensi) di Los Angeles, pur giocando sempre nello stesso stadio dei Rams. Il tutto per loro è rimandato a giugno quando la città di San Diego deciderà (definitivamente?) se costruire o meno uno stadio nuovo e nel caso si scegliesse questa via la NFL è disposta ad aggiungere 100 milioni (ai 200 già stabiliti) per agevolarne la costruzione.

Oakland in tutto ciò resta l’ultima opzione, potrà anch’essa usufruire dei 100 milioni in più, potrà allo stesso modo sfruttare l’opzione “secondo team ad Inglewood” nel caso San Diego rifiutasse ed al momento si vede quasi costretta o a continuare a giocare nello stadio condiviso con gli Athletics della MLB o costruire un nuovo stadio (eventualità che sinora non è mai sembrata percorribile con l’attuale proprietà) o, infine, andare in affitto altrove (si parla di Santa Clara, il nuovo stadio di San Francisco, che in effetti, a guardare la cartina è proprio posto a metà tra le due città della baia).

Los Angeles Rams

Uno stadio da basefootball

Per certi versi è bizzarro che Inglewood sarà la nuova casa dei Rams che tra le tre squadre sembravano quelle meno disastrate dal punto di vista del rapporto con le autorità locali o comunque la più sana dal punto di vista della proprietà (diciamo che Mark Davis, figlio di Al, non riscuote molto successo tra i tifosi Raiders…): Chargers e appunto Raiders erano le due franchigie che più avevano bisogno di una ventata di aria fresca con un nuovo stadio nella propria città o altrove, se necessario.

Mentre al momento restano nel limbo, un limbo comunque in divenire, perché non passano ore in cui non leggiamo un tweet o un articolo in cui la posizione delle due squadre continua a cambiare: i Raiders sembrano come il protagonista bruttarello dei film adolescenziali americani che rimane da solo per la festa di fine anno. I Carghers invece prima dicono di voler aspettare giugno per la votazione di cui sopra e poi si dicono pronti a fare “armi e bagagli” e prendere il primo volo per L.A. alla ricerca di un mercato più vantaggioso e di un guadagno che possa arricchire tutti.

In fondo lo sport americano è anche questo, sembra impossibile dal nostro punto di vista per come siamo abituati, ma loro non solo sono riusciti a costruire un modello sportivo in grado di autosostenersi dal punto di vista economico, ma riescono anche a guadagnarci. Se solo lo sapesse Zamparini….

azazelli

Da giovane registravo su VHS tutte le finali di atletica, mondiali ed olimpiadi, poi m'hanno cancellato il record di Donovan Bailey con Beautiful e mi sono dato al download. Vivo di sport, cerco di scriverne.

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