Peyton Barber, storia di una scelta difficile

Se non avete mai sentito il nome di Peyton Barber non vi dovete certo vergognare, è solo uno di quei tanti nomi del sottobosco NCAA che si presentano al draft NFL con la speranza ma non la certezza di essere scelti, specie ora che il ruolo di runningback sembra aver perso importanza nel football professionistico attuale. Infatti quando appena venti minuti prima della scadenza del termine per dichiararsi al draft ha comunicato la sua decisione di non tornare al college per la sua stagione da senior e tentare invece la carta del draft in molti hanno storto il naso.

In fondo aveva giocato solo un anno come titolare, e neanche indiscusso perchè spesso si alternava con altri nel gioco di corsa di coach Malzahn, che è si vario ma dispensioso. Ok, più di mille yards di corsa sono un bel biglietto da visita, ma ce ne sono tanti altri che hanno fatto lo stesso e anche di più. Barber è si talentuoso, è un runner fisico, difficile da buttar giù, ma in fondo è “solo” un altro runningback. È inutile negare che tutti pensavano avesse fatto uno sbaglio e che dovesse tornare ad Auburn per il suo ultimo anno di college per avere più certezze di essere scelto o almeno tentare di essere scelto più alto. Ma Peyton è abituato a lottare contro il parere degli altri e le avversità.

Cugino di secondo grado dei gemelli Barber, Tiki e Ronde grandi protagonisti in NFL a New York e Tampa Bay rispettivamente, non ha avuto una infanzia semplice, specie quando alla scuola media gli è stata diagnosticata la sindrome da deficit dell’attenzione, malattia che causa un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltoso e in alcuni casi impedisce il normale sviluppo, l’integrazione e l’adattamento sociale dei bambini. A questa poi si associa spesso la dislessia, che causa grossi problemi di lettura e quindi di apprendimento, specie se non trattata adeguatamente e tempestivamente, di cui il padre di Peyton era affetto. Avrete già capito che Peyton Barber non è un ragazzo fortunato e quindi è ovvio che anche lui abbia la dislessia.

Ma il talento e la voglia che ha non lo fermano dinnanzi a nulla, lui continua a lottare e dimostra di essere molto bravo su un campo da football ma non solo, i suoi voti non sono brutti e l’opportunità di andare ad un college prestigioso ne è solo una naturale conseguenza. Dopo aver scelto di andare ad Auburn, la vita per lui non è certo diventata più semplice, anzi. I voti a scuola continuavano ad essere buoni ma la concorrenza sul terreno di gioco era molta e le difficoltà ad imparare bene il corposo playbook a causa della dislessia rendevano tutto più complicato. Metteteci anche qualche problema fisico (nel suo anno da junior all’high school si era rotto un legamento della caviglia durante quella che doveva essere la sua ultima azione in uno scrimmage di allenamento primaverile dopo aver corso per 180 yards) ed ecco quella che poteva diventare un’altra delle tante storie di talenti perduti.

Peyton Barber

Peyton Barber

Ma Peyton è un ragazzo speciale e continua a lavorare duro fino a quando alla prima partita della stagione s’infortunano i RB che erano davanti a lui nella depth chart, Roc Thomas e Jovon Robinson, e lui entra in campo contro Louisville. Poche ore più tardi starà rilasciando interviste dopo aver guidato i suoi alla vittoria grazie 115 yards guadagnate in 24 portate. La partita seguente le yards saranno 125 e ci aggiungerà anche un touchdown, quello della vittoria in overtime contro South Carolina. Il suo momento è arrivato.

A fine anno, dopo che comunque uno stiramento al legamento collaterale del ginocchio destro lo ha limitato un po’ (ovviamente una stupidaggine simile non poteva fermarlo), aveva fatto registrare oltre 1000 yards su corsa e 13 TD mettendo il suo nome tra i migliori prospetti del college nel ruolo, lui uscito come un 3 stelle (su 5) dall’high school. Tutto sembrava pronto per un ritorno al college per migliorare ancora il suo status e le sue prospettive di essere scelto dall’NFL. Ed invece ecco la decisione che sorprendeva tutti.

In questi giorni ad Indianapolis si sono svolte le combine, carrozzone che tanto appassiona i mockdrafisti di professione ma che per chi guarda ha ben poca utilità perché ciò che veramente interessa le squadre NFL (visite mediche e colloqui privati con i giocatori) non è pubblico, ma per Peyton Barber è stato importante perché ha permesso di far capire bene il perché della sua scelta: ha deciso di rendersi disponibile per cercare di aiutare la madre che, al momento, è senza una casa in cui vivere.

Lui ha usato il termine homeless, che per noi equivalerebbe a barbone, ed è un po’ esagerato forse come ha spiegato nei giorni successivi la stessa signora Barber, però ciò che lo ha spinto a fare questo passo, per molti avventato, è stato proprio per aiutare sua madre a trovare una sistemazione più stabile visto che al momento vive a casa della figlia (sorella di Peyton), insieme ai tre figli di questa, senza un letto proprio, in un’abitazione non pensata per ospitare così tanta gente. Ma per Peyton Barber il desiderio di aiutarla a migliorare questa situazione è stato più forte di quello che gli diceva di rimanere ancora al college per migliorare il suo gioco ed essere scelto prima, e la cosa migliore che potesse fare in questo momento era quella di dichiararsi e lavorare al massimo per farsi scegliere da qualche squadra professionistica e sfruttare i primi soldi guadagnati per mostrare un po’ di riconoscenza a chi lo ha messo al mondo e fatto crescere in mezzo a tante difficoltà.

A volte dietro alle decisioni di questi ragazzi non c’è solo la voglia di fama, di diventare milionari o di farsi bello con le ragazze, molte volte c’è solo la voglia di fare la cosa giusta per chi gli sta vicino, perchè non dimentichiamo che per molti di loro lo sport è l’unica speranza per poter cambiare la propria situazione sociale, e non solo con l’obiettivo (e spesso illusione) di diventare professionisti e firmare assegni con tanti zeri, ma anche il solo poter andare al college, laurearsi ed ottenere un normale lavoro d’ufficio per poter vivere una vita tranquilla, avendo un tetto sopra la propria testa.

Peyton Barber, Michael Oher e la famiglia che lo ha adottato

Michael Oher e la famiglia che lo ha adottato

Barber non è il primo e non sarà l’unico nè di questo draft nè di quelli futuri che viene da una situazione familiare complicata, perché storie come quella da film di Michael Oher (che per altro è stato molto fortunato a trovare qualcuno che si prendesse cura di lui all’high school) non sono l’eccezione, anzi. Personalmente ricordo la storia di Chilo Rachal, offensive line scelto dai 49ers al drat del 2008 nel secondo giro che si era dichiarato in anticipo (cosa che poi ha pagato perché non è mai riuscito a completare il proprio gioco tra i pro e dopo qualche girovagare per la lega è ormai un ex da un paio di anni) per poter avere i soldi che servivano a sua madre per curarsi dato che gli era stato da poco diagnosticato un tumore allo stomaco (il padre, carpentiere, non poteva ormai più lavorare a causa di gravi tendiniti alle ginocchia e due ernie).

Quando non si è coinvolti in prima persona in una scelta è facile esprimere il proprio pensiero, criticarla, giudicare stupido o altro chi l’ha fatta, ma quando ci si trova a farla in prima persona è tutta un’altra cosa e magari le più difficili sono quelle più facili da prendere perché si sa che tanto quella è la cosa giusta da fare, come ha detto lo stesso Peyton. Di sicuro io da ora in poi seguirò con attenzione il suo nome, sperando che sia scelto da una franchigia NFL, tanto poi sono sicuro che lui darà il massimo e farà di tutto per guadagnarsi un posto a roster e farsi trovare pronto al momento necessario. Questa per lui è solo un altro ostacolo che la vita gli mette davanti, e con pazienza e tenacia, con la stessa voglia e grinta di sempre, lo affronterà e supererà.

angyair

Tifoso dei 49ers e dei Bulls, ex-calciatore professionista, olimpionico di scherma, tronista a tempo perso, candidato al Nobel e scrittore di best-seller apocrifi. Ah, anche un po' megalomane.

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