Peyton Williams Manning

Monumento

Monumento

Sarebbe una sciocchezza raccontare Peyton Manning attraverso i numeri. Poco importa che tipo di numero volete discutere, i suoi sono tutti dei record o poco ci manca. Sono comunque tutti numeri da fenomenale macchina del football, dalle yard lanciate, ai TD pass, le apparizioni ai playoff, al Super Bowl, le vittorie in carriera; scegliete voi, anche i più stravaganti, come il maggior numero di partite ai playoff con almeno 300 yard lanciate, ed eccolo lì, Peyton Manning, fare capolino con nove occasioni e stabilire un record. Che sia primatista o solamente sul podio non importa, Peyton Manning non può essere raccontato con (solo) i numeri, soprattutto ora che ha vinto il suo secondo Super Bowl, titolo che lo immortala definitivamente tra i grandi anche come palmares. Oggi che il nostro giudizio avrebbe il sapore della sua redenzione, rischiando di lottare con una opinione diversa se, ad esempio, domenica, i Carolina Panthers fossero riusciti a confermare il pronostico che li vedeva favoriti. Non sarebbe stato giusto nemmeno così, basandosi sulle vittorie o le sconfitte: un giocatore va giudicato per quello che è, per il suo valore effettivo, per il suo talento.

Il football non è il tennis: se sei il più forte ma non hai la squadra non arrivi. A volte per questione di centimetri, altre per interi down non convertiti. Se esiste però un tipo di atleta a cui, mentalmente, Peyton Manning si è maggiormente avvicinato, è proprio il tennista, quello col braccino, quello che sì, è bravo, ma non è da Slam a meno che non trovi un bel tabellone. Perché poi dall’altra parte ne trova sempre uno più forte, sempre uno più tosto, sempre uno più affamato. Peyton andrebbe spiegato per la sua psicologia perché il talento ed i numeri erano (e sono) sotto gli occhi di tutti, perché, insieme a Tom Brady e a qualche altro socio fa parte di quella NFL che, con il web e la pay TV, sfonda ovunque nel mondo e dove non si vive più solo di narrazione, leggende e immagini rubate qua e là ma si può assistere ad ogni singolo snap.

Di questa storia Peyton è quello che affondava o risorgeva dentro sé stesso riuscendo, nel bene o nel male, ad avere la squadra sempre legata al proprio destino. E’ stato così a Indianapolis dove ci sono volute tante, troppe batoste, prima di arrivare in fondo. E’ stato così a Denver dove si è affossato insieme a tutta la squadra sul primo fumble che Seattle trasformò in safety in avvio del Super Bowl XLVIII; è stato così nel Super Bowl 50, durante tutti i playoff 2015, anzi, dove ha capito che era ormai l’ombra di sé stesso, che se voleva chiudere con un secondo anello, che se aveva una chance per farcela, doveva mettersi nelle mani della difesa. Sbagliare poco, il meno possibile, ed aspettare che gli altri vincessero la partita con i big play, con i turnover.

Vedere Manning chiudere la carriera così ha del paradossale, lui che si inginocchia alla difesa pregandole di vincere la partita. No, questo no, questo non era immaginabile. Era più facile immaginarselo su qualche spiaggia a ripensare la propria vita senza football mentre Tom Brady contendeva l’ennesimo titolo della sua carriera ai Panthers in una rivincita del mai dimenticato Super Bowl XXXVIII. Ma immaginarlo dopo una carriera a caricarsi ogni singolo aspetto della vittoria sulle spalle, a mettersi in un angolo sperando solo di poter arrivare in fondo, beh, questo no. Questo non lo immaginava nessuno nel 1998 quando spalancò le porte principali della NFL. E nessuno lo ha immaginato per anni, vedendolo sparare cannonate a destra e manca con una tra le bracciate più potenti e precise mai viste. Il classico coach in campo che legge le difese, anticipa i blitz, un giocatore dalla mente sopraffina che fa del proprio difetto più evidente (la scarsa mobilità) la base per evitare che questo diventi il problema maggiore della sua carriera: studiare e capire le difese, capire il gioco in anticipo, leggerlo per dominarlo.

Pre snap

Pre snap

La storia è talmente nota che non merita di essere raccontata qua quando, qualunque sito che sia in grado si scrivere correttamente Super Bowl (vi garantiamo che nel 2016 non tutti ancora ce la fanno), è in grado di scopiazzarla ovunque, di raccontare tutte le sue imprese, del padre Archie e del fratello Elisha, delle sue quasi perfect season e dei pugni in faccia presi ogni volta da Tom Brady. Del crollo sotto la bufera di Boston quando il QB dei Patriots impartì una sonora lezione di football a tutta Indianapolis. O il calcione fuori di Mike Vandrejagt nel giorno che passerà alla storia per The Tackle e Ben Roethlisberger. Prima del titolo, prima di incontrare Rex Grossman e Ron Turner e portare a casa un anello che, dopo altri due tentativi, è rimasto l’unico sino a domenica scorsa, mentre il “fratello scarso” ne vantava già un paio, ottenuti in finale proprio contro Brady, sempre con clamorosa rimonta agli sgoccioli. Un’altra storia. Che si intreccia con la finale persa contro i New Orleans Saints che furono la squadra del padre e con il violentissimo colpo che lo portò fuori dai giochi, con il collo e la carriera a rischio, l’intervento chirurgico e l’addio dei Colts.

Ma se non parliamo di tutto questo, direte voi, di cosa parliamo? In realtà stiamo parlando proprio di tutto questo, soprattutto del fatto che Manning vada celebrato per tutto ciò che è stato prima di contare gli anelli e di verificare i record. Numeri che piovono grazie al talento e all’intelligenza mostrati, sempre e comunque, perché persino nella postseason più in ombra di sempre ci riesce difficile pensare a Denver che trionfa così, in tre gare dure, tre gare da vene congelate, con Brock Osweiler in cabina di regia. Perché certe figure sono ingombranti e sono fondamentali anche per il solo fatto di esserci. Il football non è solo numeri, non è solo possesso palla e dominio del campo. Ha anche quell’aspetto psicologico, quel saper leggere le partite, quel momento in cui ti chiudi nell’huddle coi compagni o scambi due chiacchiere sulla sideline con loro. Sono quei momenti in cui i Manning servono, tengono del posto e spostano psicologicamente tantissimo. Lo si capì dalle prime interviste alle combine prima del draft del 1998, quando lui sognava già i playbook NFL da studiare e Ryan Leaf (2^ scelta assoluta, dopo di lui) aspirava a milioni e festini.

Il cuore, certamente, ma anche la testa, l’ossessione del campione, l’intelligenza di un allenatore-giocatore armato di cannone, preciso e potente, intorno al quale a Indianapolis hanno sempre costruito un supporting cast di primissimo livello, raccogliendo davvero molto meno di quanto non meritassero. E la colpa era sempre sua. Volente o nolente, persino nel giorno di Vanderjagt contro Pittsburgh, la colpa fu sua. E’ parte del gioco: il leader, il più forte, il capitano. E’ lui che ci fa vincere o che ci fa perdere, perché non dovremmo mai arrivare all’ultimo secondo pregando nel calcio del piede più preciso della NFL (in quel momento) che improvvisamente fa cilecca. Lo definimmo persino “incompleto”. Perché mancava sempre qualcosa. Perché il migliore doveva vincere, non c’era un’altra opzione, comunque la si voglia vedere ma a lui mancava sempre qualcosa. A volte l’umiltà di mettersi in discussione, di giocare un football diverso, di non fidarsi ciecamente del proprio talento ma di lasciarsi guidare da tutta la squadra unita.

Nel 1999 Manning aveva appena terminato una stagione da rookie piena di record. A New York, in un negozio piuttosto fornito di roba NFL, contavo più maglie di Vinnie Testaverde e Tiki Barber che col 18 dei Colts. In California manco a parlarne. A San Diego ogni negozio pullulava di maglie di Ryan Leaf. Alla fine ne presi una che conservo ancora come ricordo, ovviamente, ma anche come idea che, in fondo in fondo, anche io scommisi su Leaf. Come tutta San Diego. Scommisi su Leaf e contro Manning? Forse, anche se Sporting News, nella sua Preview 1999, non puntava troppo su San Diego e il suo “gioiello”. Proiettava Manning in un futuro d’oro ma ancora troppo acerbo. In realtà in un paio di stagioni i Colts furono pronti. Leaf non lo fu mai ma io non ascoltai, come sempre, le “preview” (che per la cronaca mettevano i Vikings campioni).

Avevo 25 anni, Manning ne aveva 23. Ci lasciammo ragazzi con io che scommettevo su San Diego. Dopo tutti questi anni passati a dominare i campetti della Lega, con due anelli al dito, senza mai perdere la calma, senza mai fare una scelta che non fosse stata meditata mille e più volte, senza mai una chiamata che non avesse un perché più che logico, magari incomprensibile ai profani, ai più lontani dal gioco, agli spettatori che non vivono sulla sideline, dopo tutti questi anni ci siamo ritrovati in TV, domenica, stanchi e appesantiti (ok, più io di lui in realtà), più uomini per forza di cose. Sono convinto che oggi a San Diego si trovi almeno un posto che vende una maglietta di Peyton Manning mentre nessuno, nemmeno i musei, ne conserva una di Ryan Leaf. Ho sbagliato a scommettere, come tantissime altre volte, ma ci siamo lasciati bene. Nonostante Grossman e Turner.

Ci lasciammo ragazzi, poi lui ha scritto un terzo della mia vita in quell’angolo di piccola gioia domenicale che si chiama NFL. Sono cresciuto amando Joe Montana, Steve Young e John Elway, recuperando tutto il possibile quando la tecnologia lo rese possibile. Oggi, senza amore e senza miti, mi ritrovo adulto, mi sento vecchio mentre ripenso al numero che ora conta di più: gli anni passati da quel 1999 quando Peyton, probabilmente, sapeva già in cuor suo che avrebbe spazzato via ogni record e vinto due anelli ed io scommettevo sul cavallo sbagliato. Per il resto ho solo potuto fare da spettatore ad una incredibile avventura. Quella di uno dei più grandi.

Saluti dal carro dei vincitori

Saluti dal carro dei vincitori

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