L’epica di GSP

Il popolo americano non ha un’epica. Non che sia una loro colpa, è normale per una popolazione con un decimo della storia del resto del mondo non aver avuto tempo e modo di crearsi saghe e personaggi mitologici.

Non che non ci abbiano provato però. Ma tentare di costruire un’epica in quello che a tutti gli effetti è stato un genocidio è complesso (sì, John Ford e John Wayne, parlo con voi). Nella loro comunque notevole cultura non hanno gli Ulisse, gli Enea, gli Achille o gli Orlandi che diventavano furiosi. E non hanno neanche cantori come Omero, Virgilio o Ariosto a raccontarne le gesta. Ed è per questo che nel ventesimo secolo hanno iniziato a creare un’aura epica intorno allo sport, vista anche la crescente influenza sociale esercitata sulle masse.

Ecco quindi che i fuoricampo di Babe Ruth, il Flu Game di Michael Jordan, la Rumble in the Jungle di Alì e Foreman o la The catch dei 49ers sono rapidamente entrate nell’immaginario collettivo come imprese eroiche, quasi fossero atti di eroismo. E assieme a loro lo sono diventate le voci e le penne che lo hanno raccontato, raccogliendo quell’immortalità che accompagna le imprese della mitologia nostrana.

Lo scorso sabato in quel del Madison Square Garden, che di imprese epocali ne ha raccolte a bizzeffe, anche nelle MMA è entrata l’epica. Perché non trovo altri modi per definire quello che Georges St-Pierre ha compiuto a UFC217.

C’erano tutte le caratteristiche che servivano per un poema medievale. C’era l’eroe senza macchia (sì Bones, ce l’ho con te) e senza paura che tornava a riportare l’ordine dopo anni di assenza, come un novello Riccardo I d’Inghilterra (Cuor di Leone per gli amici). C’era quello che da tutti era considerato il cattivo da sconfiggere (Bisping io ti apprezzo, sappilo). C’era l’atmosfera delle grandi occasioni. Anche la luce che illuminava l’ottagono sembrava diversa rispetto agli altri match che lo hanno preceduto.

Il fiato di GSP che piano piano diminuiva. I tentativi di lottare a terra dove era nettamente dato da tutti in vantaggio che fallivano per la coriacea difesa dell’antagonista. Il primo colpo pulito subito che gli trasforma il volto in una maschera di sangue. E l’agonico finale in cui il cattivo si rifiuta di cedere ma si lascia svenire. Anche lo svolgimento dell’incontro, non solo il contorno, ha aiutato a rendere immediatamente questo incontro una pagina di storia dello sport mondiale.

Il nostro eroe è tornato in sella al suo cavallo bianco, con la sua cappa e la sua spada, a liberarci dal male. Il male rappresentato da atleti fortissimi ma senza un’anima, con cui è difficile empatizzare, che somigliano più a delle macchine che a persone. È tornato per ricordarci perché amiamo tanto questo sport in un periodo in cui non sta brillando come ai bei tempi. È tornato per riportare equilibrio nella forza.

E ora potrà riporre nuovamente le armi e tornare a vegliare da lontano su noi fans di vecchia data. Oppure affrontare l’ultima, grande, sfida contro quello che in realtà è diventato il vero cattivo in questa storia. Un irlandese il cui ego è diventato più grande dello sport stesso che solo un cavaliere senza macchia e senza paura può rimettere al proprio posto.

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