Sagan davanti e dietro (a traino?) tutti quanti

Per Peter Sagan ormai bisogna scomodare la pornografia, perché anche con lui si gode, un campione che va al di là della bandiera.

Pur in una stagione strana, meno dominata rispetto a quanto ormai ci ha abituato, monca per la squalifica subita al Tour de France, la sensazione di aver di fronte il ciclista più forte degli ultimi 15? 30? anni (ditecelo voi…) è sempre più nitida. Chiaramente il mondo del ciclismo è talmente eterogeneo che si fa fatica a paragonare corridori molto diversi tra loro seppur contemporanei, ma questa è una sensazione che va al di là di tutto ciò e per cercare di giustificarla si prova a scomodare i numeri.

Le 100 e più vittorie in carriera a 27 anni sono solo la punta dell’iceberg per un corridore al quale spesso gli è stato imputato il difetto di non vincere abbastanza ed avere troppi piazzamenti (alla faccia). Terzo titolo mondiale consecutivo: nessuno ne ha vinti più di lui (Binda, Van Steenbergen, Merckx e Freire sono stati appena raggiunti), nessuno lo ha fatto per tre volte di fila. Corridore completo: dal poter lottare con i velocisti puri in volate di gruppo al poter spianare i muri e le pietre passando per il coraggio di andare in fughe ed attaccare ai -50 km dall’arrivo. Sagan è il ciclismo, lo rappresenta nella sua forma più moderna e al tempo stesso quella più antica.

E poi è un signore: la dedica, il pensiero a Michele Scarponi ed alla sua famiglia, facendo riferimento anche al fatto che oggi sarebbe stato il suo compleanno, a mesi di distanza dalla sua scomparsa non era “dovuta” ed invece mette un qualcosa in più attorno alla persona Sagan, non solo al corridore. Classe.

Un’ultima piccola curiosità sul suo 2017: ha disputato 6 corse a tappe brevi (Down Under, Tirreno Adriatico, Tour of California, Tour de Suisse, Tour de Pologne e BinckBank Tour, ex Eneco) ha conquistato 5 maglie verdi (è arrivato quarto nella classifica a punti in Australia ad inizio stagione). Non fosse quella iridata, la verde sarebbe la sua maglia standard.

Ieri ha vinto così…

…con un colpo di reni su di un Kristoff partito leggermente troppo lungo, l’anno scorso vinse domando il vento (senza squadra, per nulla facile), due anni fa se ne andò da solo su un percorso molto più scorbutico di quello che si pensasse. Basterebbe questo per riassumere il corridore totale che è. In Austria l’anno prossimo si parla di scalatori (giusto per restare in tema “eterogeneità”), ma a 24 ore dal suo ennesimo successo è ancora viva l’esaltazione per poterlo contare fuori.

Ieri doveva essere il mondiale di Kristoff, uomo di casa sulle cui caratteristiche era stato disegnato il tracciato. Un tracciato che dapprima pareva adatto ai velocisti puri e poi in realtà aveva spaventato i Kittel, i Bouhanni, i Groenewegen di questo mondo. Ne erano venuti soltanto di due: Viviani, che infatti non è riuscito a restare nel gruppo di 30 che si è giocato il titolo, e Gaviria che invece nel gruppo c’è rimasto ma è arrivato un po’ scarico di potenza (comunque ottavo e primo degli under 25 davanti a Lutsenko ed Alaphilippe).

Kristoff non vince una corsa “seria” dal Fiandre del 2015, dopo un’annata molto negativa (la scorsa) quest’anno è sembrato un po’ in recupero (due vittorie WT però di quelle aggiunte nel calendario allargato di quest’anno). Di certo non ci ricordiamo suoi successi contro il gotha del ciclismo attuale, sinceramente una sua vittoria mi avrebbe sorpreso moltissimo. Molto meno l’avrebbe fatto eventualmente quella di Matthews, arrivato poi terzo, che dimostra di esserci sempre: saganesca la sua stagione (in una squadra clamorosa, che ha dominato per 10 mesi), gli è mancato solo un grande acuto.

Trentin, quarto al traguardo, è il simbolo del nostro ciclismo a cui manca sempre (o quasi) qualcosa e al quale non riusciamo comunque ad imputargli errori o colpe. All’ormai ex corridore della QuickStep (a proposito si può continuare ad essere vogliosi e vincenti anche dopo aver firmato il contratto con altri…bravo Matteo!) non è mancato nulla: forse una settimana in meno alla Vuelta, dove ha rincorso invano la maglia verde fino a Madrid, avrebbe giovato per salire sul podio, ma davanti a lui gli è arrivata gente che normalmente lo precede, quindi ha poco senso recriminare. Ha dato tutto, era il nostro corridore più in forma e più forte su questo tracciato, gli abbiamo lanciato una buona volata e s’è piazzato. Non gli vuoi dire grazie?

Il numero grosso l’ha provato a fare Moscon, che invece sarà il nostro corridore più forte in un futuro nemmeno tanto lontano. L’attacco con Alaphilippe è stato l’unico momento degno di nota di questo mondiale elite. Nei due giorni precedenti nelle gare in linea di Juniores F e M, Under 23 M ed Elite F non avevamo mai avuto un arrivo in volata di gruppo, in un solo caso c’era stata una volata a due e la corsa si era decisa sempre sull’ultima Salmon Hill o nei per nulla banali 10 km che portavano poi all’arrivo (in un solo caso l’azione vincente era partita nel penultimo giro). Insomma si poteva pensare ad una gloria da raggiungere con coraggio: Moscon ed Alaphilippe ci hanno provato sul serio, l’epic fail della produzione televisiva che ci ha vietato di vedere l’ultimo tratto di gara fino all’ultimo km con le telecamere fisse non ci ha permesso di capire bene come sia andata veramente, ma i due finché li abbiamo visti collaboravano e ci davano dentro sul serio, evidentemente non era abbastanza nemmeno per due ottimi corridori come loro.

NB. Per chi volesse vedere almeno dall’elicottero una parte di quei km dal punto di vista del gruppone, qua c’è un video dell’elicottero che lo seguiva.

Chiudo tornando su Moscon e sul traino, ripreso dalle tv, che ha portato alla sua squalifica. Cassani si è preso tutte le responsabilità:

Cassani è un uomo di ciclismo e sa di aver sbagliato e sapeva di sbagliare nel momento stesso che lo stava facendo, ci ha provato: provi a rimediare ad una sfiga che rischia di vanificare mesi di lavoro. Come dice lui in questi casi la gran parte della responsabilità è di chi sta in macchina: il regolamento del ciclismo è pieno di zone di grigio, le retro pousette o bidon collé sono tollerate fino ad un certo limite, qua si era andati al di là. Certo non l’avessero ripreso le telecamere l’avrebbe fatta franca (e per fortuna che poi Moscon non ha vinto il Mondiale, che è anche peggio di vincere una Sanremo), ma in questi casi già addossarsi le colpe e chiedere scusa senza stare a tirare in ballo considerazioni melodrammatiche è un primo passo, per nulla scontato. Nel ciclismo queste cose succedono, non dovrebbero, ma succedono e quando ti beccano si china il capo. Per il resto, sul fattaccio, eviterei altre esagerazioni da un verso o dall’altro.

azazelli

Da giovane registravo su VHS tutte le finali di atletica, mondiali ed olimpiadi, poi m’hanno cancellato il record di Donovan Bailey con Beautiful e mi sono dato al download. Vivo di sport, cerco di scriverne.

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