Vuelta a Espana 2017 – Fine corsa

La Vuelta 2017 ci ha consegnato l’impresa storica messa a segno da Chris Froome: da quando nel 1995 la corsa spagnola s’è spostata ad agosto/settembre, nessuno aveva conquistato Tour e Vuelta nello stesso anno. E prima solo Anquetil (1963) ed Hinault (1978) avevano accoppiato le due corse. Froome vince finalmente questo GT dopo averlo sfiorato in altre tre occasioni, dominando nella prima settimana, difendendosi nella seconda, mettendo in cascina un po’ di fieno con la crono e finendo per marcare il suo unico rivale rimasto (Vincenzo Nibali) nella terza. Porta a casa anche la maglia a punti, difesa con una volata a Madrid, e quindi anche quella della combinata. Marziano.

Froome, finalmente primo a Madrid

Da questa Vuelta esce bene anche Nibali: dopo un podio un po’ deludente a Milano, ecco questo dal sapore decisamente diverso a Madrid. Quando a Los Machucos si era trovato a 76 secondi dalla vetta e la crono (peraltro ben corsa) alle spalle, un po’ ci abbiamo creduto. Ma già nella tappa successiva con la perdita di terreno sul muro finale le aspettative si erano raffreddate. Più di così non si poteva fare, forse qualche attacco in più seguendo chi all’attacco ci è sempre andato, ma non siamo sicuri che la sua classifica sarebbe migliorata…anzi…

Non si può non parlare delle “scoperte” di questo grande giro: Trentin, Zakarin, Kelderman, Woods e Lopez, pur se su piani diversi, ci hanno fatto strabuzzare gli occhi. Superman Lopez è un pupillo da tempi non sospetti, la sua crescita è stata rallentata dalla incapacità di restare in sella e dagli infortuni ad essa connessa. È un trattore, rapporto duro e montagne spianate, ha avuto una terza settimana difficile (anche comprensibile visto che era la prima volta che ne affrontava una), ma le gemme della seconda settimana restano. Woods in pochi lo potevano immaginare così aggrappato ad una top10, già più facile vederlo trionfare con un guizzo in qualche tappa con finale difficile che invece gli è mancato.

Kelderman e Zakarin riescono a mettere di nuovo insieme tre settimane senza cadute e crisi. Il russo (che migliora il quinto posto del Giro di pochi mesi fa) più spettacolare, l’olandese più completo, entrambi si ergono ad outsider per i GT anche della prossima stagione.

Matteo Trentin vede svanire il sogno della maglia verde per una volata di Froome e soli due punti nella classifica finale, sarebbe succeduto a Felline. Ma alla fine, quando torni a casa con 4 (QUATTRO!!) vittorie di tappa, davvero puoi essere triste per qualcosa che non hai raggiunto?

4 volte Trentin.

Ci sarebbe da dire due parole su Aru e Chaves, loro sì un po’ delusi in una stagione per entrambi difficile: bissare Tour e Vuelta e restare sempre brillanti è davvero roba per marziani, Aru ancora non lo è, a maggior ragione in una stagione stravolta nei programmi iniziali, ma che spettacolo vederlo comunque lottare anche quando in difficoltà. A Chaves è mancato il fondo, in condizioni normali suo punto di forza, ma la sua stagione in fatto di stravolgimenti dovuti ad infortuni è ancora più particolare di quella di Aru. Froome avrà tirato un sospiro di sollievo nel vederlo arrancare nella terza settimana, ad un certo punto era lui il rivale più tosto.

E poi c’è stata la Vuelta di Alberto Contador. Un uomo solo al comando. Non in senso stretto, perché la crisi alla terza tappa l’aveva già messo fuori classifica, ma in senso romantico, drammatico, ideologico e spirituale sì, Contador ha dominato questa Vuelta. La sua ultima Vuelta, la sua ultima corsa.

Se gli ultimi anni ci avessero annebbiato un po’ la memoria, queste tre settimane ci hanno sbattuto un faccia il perché ci mancherà terribilmente. E prima che a noi, queste tre settimane se le è regalate a lui stesso: si è divertito ad attaccare ovunque, anche dove forse non era necessario, magari lasciando per strada qualche energia che invece sarebbe stata utile per un podio ad un certo punto anche possibile.

Abbiamo imprecato contro il povero Denifl, reo mercoledì scorso di aver resistito troppo tra gli uomini in fuga per una vittoria di tappa storica per la sua squadra Pro Continental. Contador non poteva appendere la bici al chiodo senza un ultimo acuto e alla fine è arrivato il pomeriggio dell’Angliru. L’ultima gemma sul palcoscenico più caratteristico.

Dovesse riscrivere su carta quell’ultima salita probabilmente non gli verrebbe meglio di come gli è venuta su strada. Sono stati 44 minuti di brividi. L’attacco ai piedi dell’ascesa, l’aiuto dei compagni, il trovare lungo la strada Enric Mas, ora alla QuickStep, ma cresciuto nella sua squadra giovanile, e poi nel punto più duro, gli ultimi 6 km, il suo assolo, la gente che dopo il suo passaggio si abbracciava e dietro i “big” che provavano a rimontare, ma non questa volta.

Un rito pagano fatto di sudore, sofferenza, fatica, urla, botte (quelle prese dai tifosi dalla guardia civile) e lacrime, anche le nostre che eravamo seduti sul divano ad assistere ad una scena che probabilmente un giorno, da vecchi, davanti ad un anacronistico camino racconteremo a chi non ha avuto la fortuna di viverla. Quella volta che Alberto Contador decise di porre il punto esclamativo su una carriera monumentale.

L’ingresso a Madrid, davanti a tutti, da solo a salutare il pubblico è l’epilogo di un romanzo lungo 15 anni fatto non solo di successi ma anche di cadute, sconfitte ed errori. Chiudiamo l’ultima pagina del libro e sulla scritta “Fine corsa” ci resta indelebile la sua immagine sui pedali pronto per l’ultimo scatto.

Grazie. Credit: Bettini photo.

azazelli

Da giovane registravo su VHS tutte le finali di atletica, mondiali ed olimpiadi, poi m’hanno cancellato il record di Donovan Bailey con Beautiful e mi sono dato al download. Vivo di sport, cerco di scriverne.

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