#QCPontheroad: il giro del Giro

A volte capita. A volte capita di aprire il cassetto dei sogni e di realizzarne uno. A me è andata così negli ultimi 10 giorni. Certo non ho fatto tutto “il giro del Giro” come sognavo da piccolo, non sono partito da Gerusalemme, non ho attraversato il deserto, non ho guardato dentro il cratere dell’Etna, ho dovuto smussare qualche angolo per rendere realtà quel sogno che ha preso una forma già più sostenibile a partire dalla “toccata e fuga” a Campo Imperatore

Il Gran Sasso

Un Giro astronomico

L’antipasto l’ho fatto con gli arrosticini abruzzesi, sopra i 2000 metri d’altezza di Campo Imperatore: ho camminato lungo la vallata dove quasi 50 anni fa si incontrarono i fratelli Trinità e Bambino, per poi inerpicarmi fino all’Osservatorio Astronomico: poco più sotto ho atteso il passaggio dei corridori, non sono volati gli schiaffi come in uno di quei spaghetti-western con Terrence Hill e Bud Spencer, ma l’elettricità per lo scatto di Ciccone, enfant du pays, avvenuto poco prima l’ho vissuta a pieno. Ben viva è stata anche la difficoltà di un Aru passato a quel punto già staccato dai migliori: anche questo purtroppo solo l’antipasto di un Giro carico di aspettative deluse dal cavaliere dei quattro mori e che non l’ha visto arrivare a Roma (e nemmeno sul Colle delle Finestre).

Della tappa sul Gran Sasso restano i muri di neve, il vento gelido ed inviti bizzarri….

Il Gran Sasso in 3 step

…..e soprattutto la gentilezza di Betancur (idolo di chi scrive, tornerà ancora nel racconto, ndr) rimasto appeso al gruppo dei migliori sino al tratto più duro della salita, per poi mollare (assieme a Froome) non più di 100 metri dopo il passaggio davanti a me: ammetto di aver creduto potesse vincere sino a quando molti minuti dopo ho letto l’ordine d’arrivo.

La partenza da Osimo

Considerando la geografia della seconda settimana di questo Giro, risulta piuttosto strano il fatto che nel sogno che diventa realtà non ci sia stato posto per l’arrivo ad Osimo (a 15 km da casa mia), in una delle tappe più belle di questa edizione. L’ho detto, bisognava smussare qualche angolo. In compenso la mattina dopo sono andato alla partenza, uno dei momenti più sottovalutati dagli appassionati da divano tra i quali comunque, nonostante tutto, continuo a mettermici anche io.

Alla spicciolata tutti vanno verso il foglio firme: qualcuno rallenta per fare un selfie volante, qualcuno si ferma a firmare autografi, qualcuno tira dritto, magari avrà dormito male, qualcuno in realtà pare che abbia sempre dormito male (…non farò nomi)…altri invece trovano il tempo per scherzare, donare un sorriso al tifoso che grida il loro nome e risultare quasi sorpresi dalla notorietà. Insomma alla partenza, nel bene e nel male, c’è meno “supereroismo”, sembrano ragazzi, quali sono. Se dei musoni non ho fatto nomi, meritano assolutamente una menzione di simpatia Tim Wellens (il ringraziare, in italiano, praticamente chiunque gridasse il suo nome sarà una piccolezza, ma merita la sottolineatura), Davide Formolo (sempre sorridente e pronto a scherzare con gli appassionati) e Sacha Modolo, il più disponibile di tutti, fin quasi a far tardi alla partenza.

Passano tutti, passa Froome con il bodyguard davanti in bici a fargli da apripista, passa Lopez che quasi cade (sai che novità…) con Nibali (Antonio) fermo a fare foto con i tifosi, passa Simon Yates in maglia rosa, ancor più piccolo di quanto sembri alla tv. Vederli partire poi tutti assieme è sempre qualcosa di emozionante, non dico come un esercito che va in guerra, però fatte le debite proporzioni, rapportando tutto al mondo sportivo, è qualcosa di simile.

Lopez e Nibali

Sua maestà lo Zoncolan

Poi è iniziato il giro del Giro prettamente detto, venerdì 18 sono partito alla volta di Sappada prima sede strategica per seguire il weekend sulle Alpi “orientali”. Lo Zoncolan è una montagna giovane in rapporto ai 101 anni di storia rosa, qua non c’è l’epopea che puoi respirare sullo Stelvio, sul Gavia o sul Pordoi, ma quando scendi dalla funivia che da Ravascletto ti porta in cima, ti affacci di sotto e guardi quel budello di strada che dalle gallerie si inerpica sino all’arrivo qualcosa di magico si percepisce.

Zoncolan dall’alto

Le ore d’attesa sono tante, ma passano, si cammina, si attraversano le tre ormai famigerate gallerie che appena dopo l’ultimo chilometro ti portano nello “stadio” dello Zoncolan e che sanno di guerre lontane. Si sceglie il posto migliore. Si leggono le scritte (si ascolta l’addio di Buffon….), si vedono passare centinaia e centinaia di biciclette, con l’apparizione anche di quelle con pedalata assistita, c’è di tutto, ci sono i bambini ed i nonni, i culturisti prestati al ciclismo, ci sono anche molte ragazze, ci sono italiani, ma anche tanti stranieri, si ascoltano i dialetti da ogni parte d’Italia (una chicca per un appassionato come il sottoscritto).

Ogni tanto passa anche qualche celebrità: Simoni nel senso di Gibo a bordo di una 500 Abarth, uno che da queste parte resta un divo (lo Zoncolan l’ha inaugurato lui), ma anche Brailsford, general manager Sky che ha questo vezzo di farsi le salite, ecco non ci metto la mano sul fuoco che fosse lui, ma non penso ce ne siano molti che vanno in giro con la maglia ufficiale Sky di quest’anno con il nome Brailsford sulla schiena. Sono arrivato talmente presto che ho anche beccato Flecha uscire dalla galleria mentre registrava la ricognizione poi andata in onda su Eurosport (evidentemente la registrano il giorno stesso).

Gibo “Zoncolan” Simoni

La montagna piano piano si sveglia, si popola ed aumenta l’ansia, la tensione, l’eccitazione: la montagna pulsa come un cuore che batte, passano le macchine delle squadre, quelle che precedono la corsa. Inizi a sentire i primi elicotteri, intanto il popolo del ciclismo fa del proprio meglio per aggiornarsi, streaming, radio, smartphone, non è più come 50 anni fa. La macchina che precede la corsa ora non è più l’unica fonte di informazione ma resta sempre il segnale che sta arrivando il momento, stanno arrivando i ciclisti.

È una sensazione viscerale, cerchi di viverla con la massima lucidità, ma è un attimo che ti scappa via con l’arrivo del primo corridore ed alla fine ti sembra sempre che ti sia perso qualcosa. L’esperienza è quasi mistica, dopo tutte quelle ore di attesa, sembra un miraggio: è Froome. Non sono le tue urla che lo faranno vincere, che gli faranno superare quel tratto al 18% appena prima dello striscione dell’ultimo km, ma tu in quel momento fai finta di non saperlo e ci provi, ti convinci che più urli più sarà facile. Ci provi con lui come con tutti quelli che arrivano dopo: la fortuna è che a quel punto passano uno per uno o al massimo in gruppi di 3, ma tutti proprio, nemmeno i velocisti sono più organizzati nel mitologico gruppetto.

Passa Yates in maglia rosa e provi a spingere con la voce anche lui, passa Lopez, passa Pozzovivo (quello a sensazione personale più brillante su quel tratto), passano Pinot e Dumoulin e urli anche a loro (lo pagherò nei giorni successivi, passati completamento afono fino alla crono). È un urlo continuo, come un gol al novantesimo, ma ripetuto 5, 6, 7, 10 volte, ad ogni passaggio di un corridore diverso.

#QCPontheroad incita Pinot (e non saluta a casa…)

Fin qui arriva la corsa che vedi anche in TV poi inizia uno sport diverso, perché seguire una gara ciclistica dal vivo è uno sport diverso, la corsa viene soppiantata dai corridori, c’è tutto quello che non vedrai mai in TV e manca tutto quello che invece in TV riesci a vedere. Non te ne frega più nulla di chi vincerà, ti frega solo di vederli passare, di incitarli tutti, specie quelli che riconosci (cercando di non sbagliare nome…ma dopo 10 giorni ammetto di essere diventato abbastanza bravo), di guardarli in faccia: Aru ha la stessa espressione che aveva a Campo Imperatore moltiplicata per 10 (e peggiorerà), ci sono gli stessi musoni di Osimo, uno di loro viene anche spinto da qualche tifoso ed ha modo di fare la faccia contrariata perché la spinta non è stata data come voleva (…e vabbè…), ci sono quelli che appena si sentono chiamare sorridono (sembrerà una cazzata, ma dà veramente soddisfazione: sappiatelo, musoni), c’è chi accetta le offerte: panini, birre e vino (“ridammeloooo str…”). Ci sono i velocisti che soffrono, ma non mollano, direzione Roma:

Relax (si e no) a Sappada

Dopo le prime (per me) fatiche sullo Zoncolan, avevo programmato di restare a Sappada per l’arrivo della tappa di domenica 20 maggio. Ho vissuto così la carovana pubblicitaria, l’intrattenimento organizzato da quelli di Radio2, l’atmosfera più pacifica e festaiola di una tappa comunque importante (anzi per molti aspetti più importante di quella dello Zoncolan) ma che all’arrivo mischia un po’ le sensazioni che si hanno vivendola invece sul percorso. È un approccio diverso, si sfruttano anche i maxischermi per seguire l’andamento della tappa. Una tappa che peraltro è stata davvero spettacolare, con i ripetuti attacchi della maglia rosa (Yates) che ai -18 km dall’arrivo se ne è andata da sola. Da lì ho seguito anche la crisi definitiva di Fabio Aru, mai brillante sin dai primi “incontri” diretti avuti sul Gran Sasso.

A Sappada ho scoperto anche dell’esistenza del GiroE, l’investimento massiccio di Pinarello per dare visibilità alle bici con pedalata assistita. Le avevo viste sfrecciare anche in Abruzzo, ma non avevo compreso bene quello che stava accadendo. La sensazione che non si faccia fatica sopra a quei mezzi mi è stata poi fugata ad Iseo quando davanti a me è arrivato un Lo Cicero visibilmente distrutto dalla fatica:

A Lo Cicero serviva una pedalata più assistita

Tornando a Sappada un ultimo appunto: non avevo mai mangiato le Skittles, ma credo di aver capito perché Marshawn Lynch ne fosse ghiotto, hanno una quantità di zuccheri che farebbero riprendere anche il più accanito fumatore di canne.

La cronometro da Trento

Dopo il trasferimento (anche mio) a Trento ed il giorno di riposo è arrivato il giorno della cronometro, vissuto obbligatoriamente alla partenza. Un consiglio per lo più banale per i “già appassionati”: alla cronometro andate alla partenza, è come essere davanti al muro delle M&M’s: 200 colori e la possibilità di prenderle tutte. Ti aggiri tra i pullman come un bambino, pronto ad immortalare qualsiasi corridore, li vedi pedalare sui rulli, li vedi andare al peso della bici e poi aspettare nel retro-partenza il loro momento, li vedi partire e volendo li puoi vedere sfrecciare nei primi metri di gara.

Se il passaggio in salita, sul tratto più duro, è adrenalina pura, l’aggirarsi tra i pullman prima di una crono è compiacimento totale e prolungato. A Trento poi ho incontrato un ex compagno di liceo (che ho scoperto lavorare ora per Vittoria, marca che fornisce gomme a molte squadre presenti al Giro) che non vedevo da più di 20 anni, una carrambata incredibile che non potevo non condividere. A Trento ovviamente ho fatto una marea di foto e video, la metà delle quali circa per il mio Carlos Betancur: ho sfiorato lo stalking (i più maligni dicono l’abbia ben superato).

Targhette da crono

L’acqua d’Iseo

Ad Iseo in un giorno solo ho rischiato sia di prendere una insolazione che di annegare sotto un diluvio universale. L’acquazzone è arrivato a 15 km dall’arrivo: loro correvano sotto il sole, che fino a pochi minuti prima aveva scaldato anche gli ultimi metri dell’arrivo, mentre da noi venivano giù gatti e cani. Avevo visto altre volate in questi ultimi anni e mi ero messo sempre pochi metri prima della linea del traguardo, stavolta ho provato l’idea (vincente) di mettermi poco dopo.

I corridori, che erano già passati sul traguardo una mezz’oretta prima, al secondo (e definitivo) passaggio hanno trovato un fiume ad aspettarli.

Il gruppo, attraverso la visibilità ridotta dalla pioggia, è apparso come una massa senza nome, lo speaker ha aiutato a rendere il tutto quantomeno più comprensibile, ma la maglia ciclamino di Viviani è stata subito identificata a seguita sino a quando, appena dopo l’arrivo, ha alzato la mano giusto per sottolineare il numero delle vittorie ottenute: 4, assieme ad una pressoché definitiva ipoteca sulla classifica a punti.

Pronti per lo scatto decisivo

Da Prato Nevoso si raddoppia

Poi è iniziato il trittico che ha deciso queste tre settimane di tappe e l’ “io”, in questo giro del Giro, è stato sostituito dal “noi” perché da Milano, giovedì mattina, assieme a me, dopo avermi ospitato per due notti, si è aggiunto Mattia e non poteva essere diversamente dopo tutti questi anni a scrivere ed a confrontarci sul ciclismo anche su queste pagine.

Siamo partiti verso il Piemonte con un Giro che pareva saldamente in mano del giovane e sorprendente Simon Yates, dopo l’ottima crono corsa difendendosi. Un vantaggio che sembrava ben più ampio del minuto scarso che aveva in classifica sul secondo, perché sino a quel momento il britannico di Manchester era stato il più brillante su ogni tipo di terreno e perché i suoi più grandi avversari (Dumoulin e Froome) avevano già utilizzato appunto la carta della cronometro.

Se da casa si tende sempre a tifare un po’ per i big, quando si è in strada si gode molto di più quando arriva la fuga, perché ti permette di vedere davvero due volte la corsa: prima per la vittoria di tappa e poi per la classifica generale. A Prato Nevoso ci hanno accontentato: la fuga, ben numerosa, ha preso quasi un quarto d’ora di vantaggio e ci ha fatto esaltare per i fuggitivi. Abbiamo incitato i due che a poco meno di 3 km dall’arrivo sono passati davanti a noi (Schachmann poi vincente e Cattaneo), abbiamo “spinto” con la voce tutti i “superstiti” (uno di loro, Plaza, ha anche raggiunto poi i due di testa infilandosi tra di loro al traguardo), protagonisti inconfondibili di giornata e, nel caso di Fonzi, l’abbiamo atteso invano sprofondato a quasi mezz’ora dai suoi compagni di fuga.

Nel mezzo sono arrivati i big della classifica: con un Lopez finalmente brillante ad anticipare di pochi secondi tutti gli altri (peccato sia stato forse l’unico giorno in cui lo sia stato, il terzo posto finale attraverso anche crisi altrui è un risultato nel complesso molto positivo, ma da come è stato raggiunto ci aspettavamo di più). Davanti a noi Yates è passato assieme ai suoi rivali, ma sull’arrivo, 150 metri più in alto, ha iniziato a mostrare le prime crepe e quel minuto scarso che sembrava qualcosa di più alla fine della 18esima tappa era diventato un mezzo minuto che pareva molto di meno. Il Giro, mai chiuso, ora era ancora più riaperto.

Nello scendere a piedi verso la macchina erano iniziate già le nostre chiacchiere ed i nostri sogni: davanti a noi c’era ben visibile l’altimetria del giorno dopo. Quel Colle delle Finestre, sul quale saremmo saliti, posto per la prima volta ben lontano dall’arrivo, ci faceva fantasticare: “Ma non è che arrivano tutti assieme su in cima?”, “Anche volendo non sarebbe possibile, è troppo dura”, “Chi può far saltare la corsa?”, “La Sky qualcosa proverà…”. E mentre ci perdevamo in scenari più o meno possibili, una scritta ci era apparsa ai nostri piedi: al momento sghignazzammo ricordando il celebre video ad essa associato, in realtà non avevamo ancora capito che era ben più di un segno divino…

Hey Moto!

Noi c’eravamo

L’abbiamo fatto davvero, potremmo dire io c’ero. La citazione se passate più di 20 minuti al giorno in macchina con la radio accesa avete ben presente a quale prossimo tormentone estivo si riferisce. Non ho la minima idea di chi sia il cantante o il gruppo che la canta e non lo voglio sapere, ma in questi giorni ho passato molto tempo in macchina e questa canzone sarà per sempre associata al mio/nostro 25 maggio 2018.

Io e Mattia, noi di Quelchepassa, potremmo dire di esserci stati. Eravamo sul Colle delle Finestre, era venerdì 25 maggio 2018, anche se sembrava il 10 giugno del 1949, non era la Cuneo-Pinerolo, ma la Venaria Reale-Bardonecchia e l’uomo solo al comando indossava anche questa volta una maglia bianco-celeste. Eravamo in strada a vivere uno dei momenti che segnerà la storia di questo sport che proprio nell’epicità e nella memoria storica fonda gran parte del suo fascino.

Dal nostro punto di osservazione abbiamo visto spuntare su un tratto lontano 7 8 minuti un puntino bianco accerchiato da una manciata di moto. Io, preso dal momento, avevo perso gli ultimi aggiornamenti, ma pare che attorno a noi (ed anche sul mio cellulare con i preziosi SMS del mio “radiocorsa” personale Angy) alcuni già sapessero. Io no, io l’ho visto solo in quel momento ed ho faticato a crederci, ma poi mi sono convinto e nel momento che è sparito dalla nostra vista, in attesa che si riaffacciasse nel tratto appena sotto a noi, abbiamo iniziato a capire la portata di quello che stava succedendo. Dietro c’era il vuoto: la corsa era esplosa. Stava succedendo l’impossibile. La crisi di Yates era conclamata, gli olandesi pochi metri più in alto stavano festeggiando già da svariati minuti, ma il Giro stava prendendo una piega che nemmeno loro avevano ancora ben focalizzato.

Sullo Zoncolan non ho avuto quasi il tempo di assaporare il momento, qua la posizione panoramica abbinata ai distacchi abissali che si stavano costruendo, ha reso il tutto davvero cinematografico. “C’è il vuoto, C’È IL VUOTOOOO”

L’abbiamo intravisto sbucare dagli alberi in lontananza, l’abbiamo visto sotto di noi fare quel rettilineo mentre dietro non appariva nessuno e finalmente l’abbiamo guardato negli occhi, per pochi secondi, mentre puntava verso di noi e poi spariva verso la curva successiva. Non è stato un attimo questa volta, sono stati minuti carichi di tutta l’epicità che può portare con sé un evento sportivo. In quel momento tutti i discorsi sugli asterischi, sulla vicenda del salbutamolo, spariscono e ti godi appieno l’istante che stai assaporando, quei momenti che nessuna sentenza potrà più toglierti perché li hai vissuti.

Poi, dopo il vuoto, sono iniziati ad arrivare gli altri: una processione della fatica, sgranati a più di due ore dalla fine del loro calvario.

Poi passato anche Boy Van Poppel, ultimo ad “anticipare” la macchina di fine corsa (ruolo che in questi giorni aspettava spesso a Sam Bennett), è iniziato il nostro “capolavoro”: riuscire a scendere i 13 km fino a Meana, schivando ogni spoiler, con l’intento di vederla poi in serata grazie al player di Eurosport. Non entro nei dettagli, ma nel cuore della notte di Antey-Saint-André, ai piedi di Cervinia, anche noi siamo riusciti a gustarci “as live” il resto di un’impresa eroica, che ha visto Chris Froome balzare dal quarto al primo posto, riuscendo a sopravanzare non solo Yates (arrivato al traguardo dopo 38 minuti), ma anche Pozzovivo e soprattutto Dumoulin, che era stato maglia rosa virtuale per gran parte della tappa.

L’olandese ha pagato soprattutto la scelta di farsi aiutare dai compagni di fuga non così efficienti abbinata all’attesa prima di Pinot (che aveva forato a pochi metri dalla vetta) e poi dal compagno di squadra del francese, Reichenbach, “che scendeva come una vecchia signora” (cit. Tom stesso). Così, mentre nelle retrovie del gruppetto dei primi inseguitori Carapaz e Lopez facevano a gara a chi dovesse occupare l’ultimo posto, il distacco dal capitano della Sky si dilatava ed assumeva proporzioni sempre più pericolose per la leadership di Dumoulin che il Giro alla fine l’ha perso proprio in quel momento.

Ultima salita, ultima fatica

A Cervinia il giorno dopo è stato come vivere l’ultimo giorno di scuola, non tanto per i corridori, quanto per i vostri inviati “sulla strada”. Dopo le fatiche del giorno prima, ci siamo accontentati dell’arrivo di tappa, anche perché poi sarebbe stato anche l’arrivo di fatto del Giro101.

Abbiamo guardato sul maxischermo il calvario di Pinot. Abbiamo ascoltato grazie al racconto degli speaker i tentativi quasi disperati di Dumoulin che ha avuto comunque il merito di non lasciare nulla al caso. Abbiamo gioito per la fuga andata in porto di un gregario di lusso come Nieve ed abbiamo “goduto” delle scaramucce tra Carapaz e Lopez, passati davanti a noi con pochi metri di vantaggio sugli altri big di classifica e poi raggiunti e superati sul traguardo, in una lotta quasi patetica dopo i fatti del giorno prima, per il terzo posto del podio e la maglia bianca.

Carapaz vs Lopez

E poi l’ultimo giorno di scuola lo è diventato anche per i corridori: per tornare ai pullman dovevano percorrere per 400 metri il rettilineo d’arrivo in senso opposto ed è stata come una passerella per tutti quelli che tornavano indietro e si prendevano applausi e ringraziamenti da parte dei tifosi rimasti ad assiepare le transenne.

Grazie Tom!

Nel frattempo si tifava per il piazzamento finale di Betancur, tanto da far partire il cronometro al suo passaggio e contare i minuti che Dennis, Pinot, Reichenbach e Yates stavano perdendo nei suoi confronti e poterlo quindi spingere fino al 15esimo posto della generale. Una missione compiuta anche con ampio margine. Adoriamo i piani ben riusciti.

Titoli di coda

Sui titoli di coda si inserisce anche una ambulanza che a sirene spiegate e seguita da uno stuolo di ammiraglie Groupama-FDJ si fa spazio nella discesa da Cervinia attraverso le macchine della folla che sfolla: “Sarà Pinot…” ci siamo detti in macchina, a mo’ di battuta. Abbiamo scoperto solo in serata che era proprio lui, costretto a passare una notte in ospedale e ad abbandonare quindi la corsa per disidratazione e febbre. Il ciclismo è anche questo.

Giù il cappello a tutti, anche quelli che non ce l’hanno fatta a raggiungere i propri obiettivi. In questi 10 giorni in giro per il Giro spero di averli incitati tutti, almeno una volta: è stato emozionante e divertente, il ciclismo vissuto “on the road” dà assuefazione, passa la tappa e ne vuoi subito un’altra, per rivederli passare, lottare, sorridere, soffrire, può sembrare retorica, ma non lo è, è passione.

Una passione che si è dipanata attraverso 2500 km fatti in macchina, tanto da sentirmi quasi spaesato ieri, nel ritorno a casa, nel non vedere più i camioncini dell’Italtelo con le loro attrezzature per transennare e sponsorizzare il percorso.

Un sogno che è diventato realtà anche grazie a chi mi ha permesso di scroccare qualche notte di sonno e qualche pasto caldo (Gmx a Trento e il poi mio compagno di avventura, Mattia, a Milano). È stata un’avventura, non dubitavo ne sarebbe valsa la pena, ma alla fine è stata anche meglio di come me la immaginassi.

Nel caso ve ne foste perse alcune, a questo hashtag #QCPontheroad trovate delle foto di questi ultimi giorni. Per tutto il resto:

azazelli

Da giovane registravo su VHS tutte le finali di atletica, mondiali ed olimpiadi, poi m'hanno cancellato il record di Donovan Bailey con Beautiful e mi sono dato al download. Vivo di sport, cerco di scriverne.

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Una risposta

  1. Bellissimo Aza, davvero.

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