Il 2015 sportivo dalla A alla Z

Non lo so come ci vengono in mente certe cose, ma alla fine si è deciso di chiudere l’anno con la noia del top of the year” in salsa divanesca, ossia tutto ciò che ci ha esaltato nel 2015 o che comunque merita di rimanere registrato come evento degno di nota, piacevole o meno che sia. Siamo al più alto livello sportivo senza muovere nemmeno un muscolo. Tolti, ovviamente, il pollice che clicca sul telecomando o sul mouse per cambiare visione ed il braccio che solleva il boccale di birra per portarlo alla bocca. Su ciò che si perde in anni di vita, tempo prezioso, bile… lasciamo stare.

Sempre nei nostri cuori

Sempre nei nostri cuori

Buffa racconterebbe meglio tutto questo ma noi, che non siamo mai scontati, lo facciamo con l’alfabeto. Per i più vecchi lo diciamo subito: ci sono anche le famigerate “lettere straniere”, quelle senza le quali, per via dell’ottusità dei metodi scolastici elementari di un tempo, non potreste danzare YMCA, usare una tastiera QWERTY o iscrivervi al Ku Klux Klan. E magari stareste ancora al bar, tra un carico a briscola e l’altro, a chiedere al pubblico presente: ma perché Juventus è con la “i lunga”? Ovviamente per gli approfondimenti spazio agli articoli del 2015, alla memoria e, se vi va, al vostro cuore di tifosi incalliti con la pancia gonfia e gli occhi persi nel vuoto. Noi vi appoggiamo il dettaglio, per i grandi scritti non siamo pronti.

PS: il primo commento che riporterà la frase “io alla lettera tal-dei-tali avrei messo pinco-pallo” e simili verrà bannato dal sito. Grazie.

A – come Aru, Fabio Aru. La freccia sarda che aveva regalato tante speranze nel 2014 vincendo un paio di tappe tra Giro e Vuelta nel 2015 fa il botto. Diventa il primo sardo ad indossare la Maglia Rosa, anche se non fino alla fine, migliorando di un gradino il 3° posto sul podio dell’anno prima. Alla Vuelta si consacra vincendo giocando di strategia e costanza. Non vince nemmeno una tappa ma dopo aver perso la leadership alla 16^ la riconquista alla penultima giungendo vincitore a Madrid dopo il definitivo sorpasso all’olandese Tom Dumoulin che con la crono del 9 settembre aveva ribaltato la classifica al veritce. Ora verrà il difficile, confermarsi e, anzi, fare un passo in più. Ma il 2015 a pedali, per l’Italia ancora troppo orfana di Marco Pantani, è sua.

B – come Barcellona. Come Futbol Club Barcelona per l’esattezza. Signori, siamo di fronte alla più forte squadra di calcio della storia a livello di club. Non tanto per il livello tecnico assoluto dove comunque se la gioca giusto con l’Ajax del calcio totale e il Milan di Sacchi, quanto per la longevità. Ci sono stati tanti passaggi tra gli albori di Frank Rijkaard e l’attualità di Luis Enrique, ma l’idea alla base è sempre quella, il legame che unisce le squadre degli ultimi dieci anni è sempre lo stesso, compresi molti dei protagonisti in campo. Se quello di Pep Guardiola è stato il più forte quello di Luis Enrique ha posto la parola fine su ogni dubbio rispetto al valore assoluto, nonostante difesa e centrocampo siano inferiori rispetto a qualche anno fa (il tempo passa per tutti), infatti, ci sono comunque “quei tre là davanti…” Questa lettera voleva essere per l’amico , ma poi il Barcellona si è laureato campione del mondo e allora…

C – Come Carpi. No, non è una cazzata. E nemmeno una esagerazione. Tralasciamo la pallavolo femminile ormai traslocata da anni a Modena e la pallamano che si gioca la Champions League. Nel calcio la piccola enclave emiliana conquista contro ogni pronostico la promozione in Serie A dopo aver ammazzato il campionato con una squadra talmente proletaria che farebbe invidia al ministero dello sport della DDR. Nei mesi successivi il giovane Gregorio Paltrinieri, detto Greg, carpigiano DOC, diventa campione del mondo nei 1500 stile libero timbrando il record europeo di specialità. Porta a casa anche l’argento negli 800. E, a fine anno, il record del mondo in vasca corta. Qualcuno, da ‘ste parti, ha deciso che era giunto il momento di mettere in soffitta Dorando Pietri e le “bellissime sconfitte”.

D – come Domodossola. Voi continuate a dire così se fate spelling. Se no è come Decathlon, la regina delle discipline sportive. E nel 2015 se dici decathlon dici ovviamente Ashton Eaton, atleta fenomenale che torna da Pechino come campione del mondo con tanto di primato assoluto. Numero uno della disciplina ormai da tre anni l’americano va in Asia per spazzare via ogni avversario e scrivere una pagina leggendaria dell’atletica leggera. Tra le altre cose, una delle poche belle pagine di atletica di questi dodici mesi…

Eaton 10x

Eaton 10x

E – come exit, uscita. Uscita dal basket. Addio allo sport. Il 29 novembre Kobe Bryant dà l’addio al basket ed anche se questo avverrà a tutti gli effetti a fine stagione guardarlo oggi è come guardare un figlio che se ne è già andato di casa. Il momento è giunto, ha suonato alla porta. E’ ora di tornare a casa ragazzo. Lasceremo ad altri tempi e spazi più consoni per celebrarlo, lasceremo alla lettera che lo stesso Kobe ha scritto-dedicato al basket i momenti per la malinconia. Ci limitiamo a scrivere che se ne va dal basket uno dei più grandi interpreti del gioco. Quando se ne va uno così si chiude un’epoca e, mai come oggi, questa frase suona più vera del sole che scalda la terra. Il resto sarebbero numeri, per quanto impressionanti.

F – come paura. No, come FIFA. Tangenti, corruzione, assegnazione di mondiali truccate, tutto viene dipinto come sporco e corrotto nel regno del Dio Sole che governa il mondo del pallone: Sep Blatter. Lo scandalo che coinvolge il mondo del calcio non può che (finalmente) passare dai vertici mondiali, piaga burocratica e politica dello sport di squadra più popolare al mondo. Le indagini, partite dagli Stati Uniti, travolgono la federazione con base in Svizzera e scivolano giù giù fino alla Uefa e al suo presidente Michel Platini, per tutti il futuro Re. Per lui e Sep Blatter otto anni di squalifica ma scattano anche gli arresti (sette) tra i massimi dirigenti della confederazione. Credibilità azzerata e un mondo (che sarebbe) da ricostruire. Almeno a livello politico perché tranquilli, come al solito, nel calcio, i tifosi non si sono accorti di nulla.

G – come Gong, quello sentito ventiquattro volte per segnalare l’inizio e la fine di ognuno dei 12 round combattuti tra l’americano Floyd Mayweather e il filippino Manny Pacquiao durante il “match del secolo”. Ottima pubblicità per il mondo in crisi del pugilato, poca sostanza sul ring con Mayweather totalmente in controllo e apparso nettamente più pronto all’evento. Preciso nei colpi quando serviva mettere a segno i punti, difensivamente troppo abile per il rapido avversario. Il 3 maggio Floyd ha portato a casa titolo, imbattibilità e un sacco di soldi in 12 round tra i più attesi degli ultimi trent’anni. Tanta enfasi, pochi colpi, verdetto palese: per gli amanti del “qualunque cosa migliore del secolo” c’è una buona notizia: alla fine di questo mancano ancora 85 anni, c’è tempo per rifarsi.

H – come Hamilton, Lewis Hamilton. Il campione inglese vince in carrozza (e che carrozza…) il secondo mondiale di F1 consecutivo e sale a tre vittorie complessive raggiungendo personaggi di un certo spessore come Ayrton Senna e Nelson Piquet. Roba da grandi insomma. Tralasciando le pessime uscite su Michael Schumacher in seguito al titolo iridato conquistato, il pilota britannico, in simbiosi con una macchina eccezionale, ha finalmente dato continuità al proprio talento demolendo un mondiale che, di fatto, non è mai cominciato, come se il compagno di squadra Rosberg fosse stato sconfitto definitivamente già dopo il crollo del 2014. E ora Lewis può davvero brindare nella stanza dei grandi.

Un salto nell'Olimpo

Un salto nell’Olimpo

I – come Italia, del tennis però. Tennis femminile. Sì, perché una delle imprese più storiche di questo anno sportivo è compiuta da una coppia in gonnella di italica provenienza. Flavia Pennetta e Roberta Vinci diventano, a distanza di poche ore l’una dall’altra per problemi di calendarizzazione televisiva, le prime due italiane a raggiungere una finale dello slam americano, gli US Open di New York. L’impresa straordinaria è della Vinci che butta fuori la padrona di casa e numero uno del mondo Serena Williams in una partita che è già memoria degli dei. La finale la vince la Pennetta (7-5 6-2), forse più forte, certamente la più lucida e la più meritevole. La vince in un clima dove il tifo, per noi, non ha più senso, dove si è già vinto tutto. Visto il tabellone la vincitrice morale è forse la ragazza sconfitta ma come dice sempre un mio amico al pub a “parlar chiaro ci pensa la bacheca”. Che se no son capaci tutti di vincere quando non “conta”.

J – come “i lunga”, appunto, e quindi come Juventus. Perché non c’è altro alla J. Ma anche perché si gioca una finale di Champions League inattesa. Grazie a un buon sorteggio, certo, ma anche grazie ad una consapevolezza che è via via cresciuta fino alla grande prova contro un Real Madrid non brillantissimo ma pur sempre favorito. La Vecchia Signora, che in virtù del disconoscimento di Calciopoli ha festeggiato il nuovo anno il 29 dicembre, ha giocato probabilmente la prima finale europea da nettamente sfavorita della sua storia. E, dopo il pareggio di Morata, ha persino fatto tremare per 15 minuti il Barcellona, con Carlitos Tevez che ha sfruttato malissimo un’occasione d’oro. Del resto sono anche testa ed esperienza a fare la differenza tra fuoriclasse e fenomeno. E’ una linea sottile, ma c’è, quella che divide gli dei dai semidei. La Juve ha quindi perso anche da sfavorita e questo, a metà degli italiani che guardano il soccer, sembra una cosa tutto sommato giusta. E’ come se a volte ci fosse un dio che si interessa di calcio in un certo senso.

K – come Kansas City Royals. I ragazzi di Dayton Moore ce l’hanno fatta e trent’anni dopo le prime storiche World Series vinte si portano a casa un bis meraviglioso. Capaci del miglior record stagionale di vittorie dal 1980 a oggi (95-67) i Royals, campioni dell’American League, sono stati in grado di scrivere alcune epiche pagine nei playoff, giusto per non essere banali. Come alle Division Series quando, sotto a sorpresa nella serie per 2-1, si trovano a rincorrere di quattro punti all’ottavo inning i Toronto Blu Jays in gara 4. Alla fine passano i Royals per 9-6 dando il “la” alla vitoria della serie. In finale i NY Mets ci provano, e in un paio di occasioni tengono svegli gli europei fino all’alba, ma non c’è speranza. 4-1 Kansas City e anello al dito. E meglio per noi che con la K se no kazzo ci mettevamo? Sandy Koufax (80 anni ieri)?

L – come Lorenzo in arte Jovanotti. Il cantante, ex rapper, ex pagliaccio di Cecchetto, ex libertario ciclista nelle terre sudamericane, ex anticonformista, ex militare e sicuramente ex obeso conquista il quinto titolo mondiale (Gimme Five!) in motocicletta (non vedevo l’ora di poter scrivere “motocicletta”). Terzo mondiale in classe regina e polemiche come neanche per il fallo di Iuliano su Ronaldo (che, tra le altre cose, era netto). Dopo un’estate passata in gran rimonta su Valentino Rossi lo spagnolo perde punti nel rush finale e sembra spacciato quando il fato, il calo e il nervosismo dell’italiano e un altro spagnolo che non si è voluto fare i cazzi suoi, lo hanno rimesso in corsa. E lui, al di fuori di ogni dubbio, ha mostrato la forza, il talento e la continuità di chi sa vincere. La forza dei grandi.

M – come Masters, nome imponente per il torneo di golf di Augusta, nome importante per il Torneo con la T maiuscola, senza scomodare date di nascita e numero di edizioni. All’edizione 2015 trionfa un certo Jordan Spieth che si permette di strapazzare svariati record del circuito. Record che forse non avrebbero senso senza la vittoria finale. Il ventiduenne americano, oltre a dominare al Masters, vince gli US Open, è secondo al Championship e quarto all’Open. Chiude la stagione sul green come il giocatore dell’anno del circuito PGA e il più vincente in termini di incasso. Ha 22 anni e, sicuramente, non invidiamo solo l’età…

Il Jordan dl golf?

Il Jordan dl golf?

N – come Novak Djokovic, in arte Nole, un uomo solo al comando. Nel vuoto di talento ereditato dai Fab Three (il quarto è un’invenzione mediatica rispetto al triumvirato che ha dominato gli ultimi dieci anni di tennis mondiale e serve a inspiegabile parallelo coi Beatles) non sembra avere più rivali se non Roger Federer ormai sportivamente troppo anziano per competere col talento e la forza del serbo. Nel 2015 risplende definitivamente negli Slam (quattro finali, tre vittorie) e raggiunge i dieci titoli superando, tra gli altri, Andre Agassi. Domina la stagione perdendo il Grande Slam solo grazie a Stan Wawrinka in quel di Parigi, ed esce battuto in solo sei partite in dodici mesi (tre contro Federer) chiudendo con il quinto titolo alle Finals. Inarrestabile. E all’orizzonte non si intravedono rivali credibili…

O – come onside kick. Come quel calcetto che durante una finale di Conference chiusa, poi riaperta, Seattle ha spedito verso le terre di Green Bay e verso le mani di un incerto Brandon Bostik. Il pallone sembrava una saponetta e il tight end dei Packers non lo ha tenuto. L’assurdità dello sport, in una gara già vinta che ti sfugge tra le mani proprio come quel folle pallone ovale calciato “col trucco” dal kicker avversario. I Seattle Seahawks recuperano palla proprio su quel gioco, segnano, portato la gara in overtime dopo una rimonta assurda e vincono la partita, portando così a casa la seconda qualificazione consecutiva al Super Bowl. Sì e no hanno ringraziato.

P – come New England Patriots che nell’era Bill Belichick – Tom Brady riescono, dopo due sconfitte entrambe contro i New York Giants, a mettere il cappello sul 4° titolo di NFL. Quattro titoli vinti fanno della squadra di Boston una delle più titolate dell’era moderna e Brady il quarterback più vincente di sempre al pari di due tizi che rispondono ai nomi di Joe Montana e Terry Bradshaw, praticamente i John Holmes e Ron Jeremy del football a stelle e strisce. Antipatici, antisportivi, grigi e pallosi. Ma pragmatici e vincenti. E alla fine, dice sempre uno che incontro al pub, “la bacheca parla chiaro”. Non i palloni sgonfi. Brady, nel frattempo, in settembre passa quota 160 vittorie coi Pats diventando il QB più vincente della storia nella stessa squadra. Ciliegina.

Q – come Queens Park Rangers squadra capace di vincere la Coppa di Lega pur militando in Third Division. La squadra di Londra ha battuto i ben più quotati rivali del West Bromwich per 3-2 rimontando in una epica finale il doppio svantaggio. Contemporaneamente il QPR ha ottenuto la promozione in Second Division. Tutto ciò è avvenuto nel 1967 ma, da allora, la Q non sembra aver avuto grandi rilevanze. La ricordiamo soprattutto per il termine soqquadro, unico con la doppia. Il QPR non ha più vinto nulla. Né prima, né dopo. Ma visto che la Q potrebbe tranquillamente non esistere questo è un omaggio che vogliamo fare per la fine dell’anno.

R – come Russia e come scandalo doping nell’atletica leggera.. Scoppia il caos da un’indagine dell’agenzia mondiale della lotta al doping (WADA) che produce un dossier che certificherebbe il doping di stato come ai tempi della DDR nella terra che fu degli zar e dei comunisti. Putin accusa gli Stati Uniti (come già in occasione dello scandalo Fifa) e la butta in politica. Si chiede a gran voce la revoca delle medaglie e l’esclusione della Russia dalle competizioni internazionali ma la macchia d’olio s’ingigantisce e comincia sporcare più paesi. Poi tutto torna a tacere. Forse la macchia d’olio si è estesa troppo?

S – come Sassari, come la pallacanestro a Sassari. Anzi, Dinamo Basket Sassari, nome che evoca il grande basket dietro la cortina di ferro ai tempi del Soviet. La squadra sarda regala un momento che probabilmente, sull’isola, non vivevano dai tempi di Gigi Riva nel calcio, portando a casa il primo scudetto di sempre contro la Reggiana. Per lunghi tratti sembra più una serie persa da Reggio Emilia che non vinta da Sassari ma, come negli scacchi, se mentalmente sei più forte e sbagli meno, alla fine, comunque vada, compensi qualunque svantaggio.

Dinamo Campione

Dinamo Campione

T – coma Tanaka, cognome di Fumiaki Tanaka che all’esordio dei mondiali di rugby in Inghilterra contro il Sud Africa festeggia la 50^ presenza in nazionale. Il Giappone compie uno dei più incredibili miracoli sportivi di sempre, batte gli Springbocks 34-32 con un finale per cuori forti ed ottiene la prima vittoria di sempre contro una delle tre grandi dell’emisfero australe. Tanaka viene eletto miglior giocatore in campo. Il trentenne mediano di mischia aveva dieci anni quando il Giappone subì la più pesante sconfitta di sempre (145-17 contro gli All Blacks) ed è sempre stato scarsamente considerato a livello universitario per la sua piccola mole; quella contro il Sud Africa è una rivincita per sé stesso e per tutti i tifosi del Giappone. Ancora oggi uno dei più piccoli giocatori di rugby del mondo (166 centimetri per 72 chilogrammi) ha costruito una carriera di altissimo livello finendo a giocare negli Highlanders in Nuova Zelanda dove è ampiamente apprezzato. Il rugby nel sangue e nel destino, e forse non poteva che essere così visto che Tanaka (che ci dicono significhi più o meno “abitante di una risaia”) lega il proprio cognome a quello di un suo celebre predecessore: Ginnosuke Tanaka, padre del rugby nella terra del Sol levante insieme all’amico Edward Bramwell Clarke con il quale si era laureato a Cambridge. Finite le favole si torna alla realtà: questo Giappone non passerà il turno chiudendo comunque con 3 vittorie, il mondiale lo vincerà la Nuova Zelanda al terzo titolo in otto edizioni e prima squadra a mettere in fila due vittorie consecutive. Ci si rivede nel 2019. In Giappone.

U – come Usain Bolt, che nell’anno degli scandali e del fango non delude le aspettative e passeggia sulla pista di Pechino alle solite velocità per pochissimi intimi. Più “umano” dei bei tempi che furono, il giamaicano torna dalla missione cinese con tre ori (100, 200 e 4X100) soffrendo non poco la rivalità con lo statunitense Justin Gatlin che a Pechino ci arriva col primato dell’anno nei cento (9.74). In finale Bolt la spunta per un centesimo (9.79) e si ripete nei 200 con un 19.55 che gli regala il record nella specialità per la stagione 2015, stagione che si chiude con il 10° oro mondiale in carriera. Qualcuno sospetta che sia anche superdotato.

V – come Valentino, nel senso di Rossi. Amici o nemici, fan o detrattori, diciamocelo: nessuno può negare che nel 2015 il pesarese abbia corso il più commovente dei campionati disputati in tutti questi anni. Il Dottore ci ha messo talento, le poche forze rimaste e tanto tanto cuore. Non è bastato e forse non solo per colpa di Marc Marquez. In un certo senso, però, lo sconfitto umano è apparso a tutti meglio del vincente alieno. Ma forse sono solo supposizioni nostre. Certamente quel Meda non sarà d’accordo. Ce ne faremo una ragione.

W – come Warriors, come basket pragmatico all’ennesima potenza, come difesa da Muro di Berlino e bombardamenti da fuori. Come Stephen Curry, un talento sovrannaturale dentro al fisico di un banchiere (comunque un banchiere ben allenato). La franchigia californiana vince il quarto titolo NBA a 40 anni dall’ultimo trionfo. Lo fa dominando la stagione con un record di 67-15 e spezzando i sogni del prescelto LeBron James di portare finalmente il titolo nella “sua” Cleveland. Come non bastasse, i Warriors aprono la stagione 2015-16 con 24 vittorie consecutive, stabilendo il primato per la NBA di striscia vincente dall’inizio del campionato e per il mondo del professionismo USA. Il record generale è stato battuto contro i Toronto Raptors il 5 dicembre, 21^ vittoria dal momento della partenza ai blocchi. Per la cronaca, il 20-0 come record di vittorie, apparteneva ai St. Louis Maroons, squadra di baseball che siglò il primato all’interno della Union Association, lega appartenente al circuito primordiale che poi generò la più nota, e oggi ancora viva, Major League Baseball. Correva l’anno 1884.

X – come Pro Patria. No, non è un errore. A proposito però di mondo del calcio (vedi alla F) e di “cose che voi umani…” il calendario di Lega Pro viene stilato con una X in segno di una squadra mancante. Fallimenti e illeciti sportivi provocano (l’ennesimo) terremoto nel calcio italiano e la vecchia Serie C non può che comporre i calendari in attesa di qualche ripescaggio. Non è la prima volta, lo scorso anno, in Serie B, toccò al Vicenza essere ammesso alla cadetteria tre ore prima dell’inizio del campionato. Il 31 agosto 2015, invece, la X si trasforma in Pro Patria e la squadra di Busto Arsizio è ripescata dalla Serie D.

Y – come Yoda. Anche dopo Episodio VII continua a sembrarci, a ragione, il più forte jedi di sempre e, finora, l’unico ad essere morto di morte naturale. Comunque la si giri, nella saga di Star Wars il nanetto verde li suona tutti.

Z – come zero. Uno strano record da zero vittorie. I pianeti si allineano sulla Nfl alla Week 16 e accade l’imprevedibile. Le storiche grandi, tutte le squadre cioè che scendono in campo con almeno 4 anelli al dito (Pittsburgh, San Francisco, Dallas, New York Giants, New England e Green Bay) perdono. Tutte insieme, tutte nella stessa giornata. Non era mai capitato e, come una strana eclissi di sole sportivo, come una cometa che circumnaviga l’universo in millenni e millenni, chissà quando capiterà di nuovo.

Ricapiterà mai più?

Ricapiterà mai più?

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7 Risposte

  1. 31 Dicembre 2015

    […] In lettere il 2015 sportivo l’avete già letto (spero), in numeri il nostro 2015 partiva da un 2014 (ancora nella veste precedente) così riassunto: 2014 – Blog in stats. Quest’anno quei numeri sono ben aumentati, anche e soprattutto grazie ad una veste grafica che aiuta a raggiungere sempre più persone: sommando le visualizzazioni del “vecchio” blog, quest’anno siamo arrivati a 82000 pagine viste circa. In sostanza abbiamo raddoppiato le visualizzazioni con picchi di accessi generati nel mese di luglio dove Tour de France e le nostre preview team by team per la stagione NFL hanno generato un traffico boom da quasi 15mila pagine lette. […]

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