L’ultimo uomo

E’ noto che alcune cose, tipo certi vini, debbano invecchiare in botte prima di rendere al meglio e poter essere consumati al massimo della loro ricchezza, riempiendosi di gusti antichi, profumi forti e pieni, colorandosi di un rosso granato che dà un tono di fierezza e compattezza unici. Ci sono cose che vanno invece consumate al volo, alla fonte, nella loro freschezza incontaminata e giovane vitalità. Le delusioni, si sa, è meglio tenerle in botte per giorni, a volte per anni, al fine di non dover ingerire qualcosa di ancora più acido del malessere che si cerca di scacciare. Se la vendetta è un piatto che va servito freddo, la delusione è un vino che si consuma nel tempo lasciando sempre tracce di sé dentro il fusto legnoso che lo ha coccolato e trattenuto per diverse primavere. Entrambe hanno i loro tempi lunghi, ma esiti decisamente opposti.

ultimo uomo: In vino veritas

In vino veritas

Ed è al momento in cui finalmente si giunge alla mescita che in quel primo bicchiere puoi osservare, attraverso quel vetro improvvisamente colorato e pieno, un mondo diverso, una vita liquida e scura che dona panorami riflessi come su uno specchio opaco e scintillante prima di buttare giù anni di attesa e capire che, forse, non c’è cosa che valga di più al mondo del saper aspettare. Vale per il vino, nettare delle nostre terre, e per le persone che ha svezzato. Fieri uomini delle nostre campagne piegati da decenni di lavoro, rinvigoriti dal loro essere avvinazzati, onesti e leali forse proprio perché legati all’integrità di quella bevanda che da millenni ci tramandiamo, osservando come modifichi il nostro modo di essere, ci renda nudi, veri, innamorati solo dei sogni e dei suoi colori e profumi. Benjamin Franklin diceva che quando entra il vino esce la verità.

Certe verità, però, non escono nemmeno quando sono palesi, e certi episodi si rifugiano in un passato remoto nella mente anche se sono accaduti solo pochi giorni fa. Non so quante volte un vino possa essere sbagliato, so che è abbastanza improbabile che un vinicultore lo sbagli appositamente, lo faccia uscire anzi tempo dal proprio sarcofago in noce. Ma la vita non è il vino, e così non lo sono tutte quelle rappresentazioni circensi che appassionano il popolo con cadenze religiose, registrando il passare degli anni e facendoci sentire sempre più vecchi a ogni evento appuntato sul calendario. Più vecchi, ma non per questo più buoni: noi non siamo vino. Non tutti noi almeno, visto che i generali di un Roberto Vecchioni d’annata sostenevano proprio il contrario, ossia che l’uomo è come il vino: combatte bene e muore meglio solo quando è pieno.

Ci sono uomini che vivono come se fossero vino: molto forti, robusti, pieni, pronti a invecchiare per tirare fuori il meglio di sé. Vini che nascono in campagne nascoste, da uve poco nobili e che si ritagliano uno spazio considerevole di fianco ai nomi altisonanti delle terre toscane, venete, piemontesi o salentine che siano. In queste nostre terre pregne di vino c’è voluto un uomo così per trasformare l’invecchiamento in momento da glorificare. Nelle terre dove il lambrusco può avere senso solo con tortellini e affettati, tanto da essere eletto spirito guida del tifo scioperante negli impegni domestici della città qua a fianco, si è capito con gli anni che si poteva bere anche maggiore nobiltà ma che, in ogni caso, le nostre forze sono forgiate dalla povertà delle uve del lambrusco. Sono pochi gli uomini così, sempre meno nel mondo del nuovo millennio ultraveloce e sempre più luccicante, che fa prima ad abbandonare le immagini del declino quotidiano che le abitudini spaventose del Grande Fratello televisivo. Un mondo che dimentica subito ciò che conta e mai ciò che è inutile.

Nelle terre del lambrusco, in questo preciso punto, forse uomini così non ce ne sono più. Ne era rimasto uno, un vero guidato dal lambrusco, uno di quelli che sono invecchiati tanto, messo in botte in qualche posto sperduto delle Marche e invecchiato vincendo tutti i campionati affrontati, passando da scontri anche fisici che sembravano poter lasciare in memoria più una rissa di tutte le imprese compiute a bordo campo. Poi, una piovosa serata di aprile, è finalmente sbocciato, la botte si è aperta e l’ultimo di questi uomini ha tagliato il traguardo per Carpi, con Carpi, come nemmeno al buon Dorando Pietri era riuscito, fermato dalla fatica e dai giudici a pochi metri dall’oro olimpico. Ed è stato in quel momento che si è potuto osservare il mondo attraverso un calice che rilasciava fasci di rosso scuro e bordi aranciati, mentre il profumo sprigionato riempiva queste campagne di emozioni nuove. L’ultimo uomo era diventato il primo.

ultimo uomo: Primo Castori

Primo Castori

E da quelle uve poco nobili che improvvisamente risalivano la classifica fino al paradiso delle Langhe o dei Valpolicella, nacque il più grande malinteso della nostra piccola storia sportiva. Una squadra che non gioca mai in casa, che non ha tifosi al seguito perché scioperano più loro dei ferrovieri, che perde via via tutta quell’ossatura che l’aveva resa grande relegando uomini al mercato del bestiame ed altri alla panchina (quasi) eterna. Una squadra che perde anima e fascino proprio come si perdono pudore e castità entrando in certi bordelli cui somiglia sempre di più lo sport professionista. Una squadra di immortali trasformata in qualcosa di normale, da sottovalutare come l’ordinarietà delle cose che esistono per il semplice motivo di esistere e basta. La certezza era comunque che quell’uomo avrebbe guidato questa baracca, assemblata senza che lui potesse proferir verbo, ad un’altra impresa impossibile, perché nulla poteva più scalfire l’eterna fiducia riposta in lui.

Già in estate, però, la verità fu chiara a tutti. Giravano altri nomi, si spifferavano situazioni, si progettavano piani incomprensibili all’interno di un mercato sclerotico. Oggi verrebbe da parafrasare i tifosi della Fossa di Bologna ai tempi di Carlton Myers sostenendo che una salvezza senza il nostro Mister non sarà mai dolce quanto una retrocessione con lui al comando. Ma sappiamo che non è vero, che non è così, che la gente volta pagina velocemente e guarda al domani, alla speranza di esserci. La verità è chiara, ma nessuno vuole raccontarla, rifugiandosi dietro al paravento dell’ipocrisia e fingendo che tutto si sia reso necessario col passare del tempo. E se è vero che un vino povero può essere buono, è vero anche che non potrà mai essere, in ogni caso, un barolo. Puoi cambiare tutti i generali che vuoi ma quello resta un fatto incontrovertibile.

L’ultimo uomo, l’ultimo grande condottiero è stato cacciato nel modo più maldestro e paradossale del mondo non potendosi giocare la giusta, meritata e dovuta panchina di Serie A per almeno tutto il girone d’andata. L’uomo che, partito dalla Promozione, conta sette campionati vinti e almeno una promozione in ogni categoria affrontata, colui che mise insieme con semplicità e carattere uno squadrone privo di grosse qualità (riuscendo a fare comunque emergere quelle nascoste) ma forte nel corpo e nella compattezza, è stato cacciato. Le terre del lambrusco, queste terre, tornano quelle di sempre. Degli immortali si è persa la fonte di ispirazione e, forse, anche la magia. Giuseppe Sannino avrà già capito che il vino è vino, non lo trasformi in null’altro. Alla sua prima in panchina sbraita e corre più di un mediano dentro la sua area tecnica, accorcia il gioco in mezzo al campo, pressing più alto dando meno tempo agli avversari e prova a tenere di più il pallone per impostare un minimo di manovra che non si basi sulle sole ripartenze. Per venti minuti sembra un altro Carpi, poi la qualità viene fuori, come al solito, come a una gara di degustatori, ed il Torino esce meglio. Non gioca bene, è semplicemente più forte nel complesso. Gli episodi, per una volta, danno ragione ai biancorossi, quegli episodi che sono mancati a Castori. Giuseppe Sannino non può inventarsi la qualità; forse può dare un’impostazione migliore e forse può persino salvarsi. Ma a noi piace essere romantici a volte, invecchiare con la stessa donna al nostro fianco e sappiamo, senza temere smentita, che chi ha cacciato Castori è già retrocesso.

Ed ora, guardando attraverso quel bicchiere, non capiamo più quanto vi sia di nobile in quel rubino scuro che copre l’orizzonte, in una stagione fredda e lontana da casa dove l’unico sogno palpabile sembrava essere quello di poter solo giocare. Nulla di più che giocare. Perché chi ha altro a cui pensare che non allo sport dei ricchi, non resta che il rimaner bambino, la domenica, per immaginare di dare due calci al pallone. E quel maestro così severo e così rude non lo cambieresti mai perché ha l’aura di quelli forti, di quelli che non perdono mai perché non è sul campo che si perde ma nell’essere stronzi. E gli stronzi, magari, avranno un tabellino favorevole, alla fine, ma non avranno mai l’aura del Mister. L’aura dell’immortale.

NdA: questo pezzo ha avuto bisogno di invecchiare nella mia testa come fa il buon vino, per fortuna mettendoci molto meno. Probabilmente, infatti, non sarà così buono. Ma io sono di quelli che, tra una bestemmia e l’altra, crede che il calcio sia ancora solo un gioco e che nessuno più di Fabrizio Castori avesse il diritto di continuare a giocare. Grazie a Teo, che gioca ancora molto e non invecchia mai, per i suggerimenti su un paio di vini. Io bevo più birra. Cheers.

«Oggi non è il giorno più difficile del mio percorso professionale, ma sicuramente è quello più triste.

[…] …quel manipolo di fantastici ragazzi che ho avuto la fortuna di allenare, e a cui voglio lasciare un messaggio: non preoccupatevi cari ragazzi, noi siamo GLI IMMORTALI».

Fabrizio Castori – lettera di saluto a tifosi e giocatori dopo l’esonero, 30 settembre 2015

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