Calcio moderno – Carpi-Sassuolo 1-3

Il tuo presidente preferito...o anche no.

Il tuo presidente preferito…o anche no.

Carpi e Sassuolo, le due facce della stessa medaglia provinciale, i due lati spigolosi, verso nord e verso sud, della terra che vive il dramma sportivo di una reginetta in decadimento, il Modena FC, impantanato nella zona playout di Serie B di fronte alla peggiore stagione di sempre e con il timore di ciò che riserverà l’estate quando si apriranno i libri contabili. Una provincia che gode della Serie A attraverso due squadre che non corrispondono alla storia e alle speranze che si vorrebbero vivere sotto la Ghirlandina tra incroci sfiorati, fusioni mancate e acquisti negati; come quando Mister Gaudì Bonaccini, patron dei Biancorossi, cercò di comprare proprio il Modena un lustro fa ricevendo un secco no da quella gestione che oggi è invischiata nel caso giudiziario Aemilia e che gli preferì Antonio Caliendo.

Tra una promessa di David Trezeguet e l’altra a Modena non si è più mosso nulla, anzi, il paziente è pure peggiorato, mentre le sorellastre un po’ bruttine prenotavano la cena di gala e si ritrovavano insieme nella massima serie. Carpi-Sassuolo, personalmente, rappresenta uno dei primi ricordi calcistici legati al Cabassi in un lontano pomeriggio di Serie C2 dove non mancò nulla, dai tafferugli agli arresti, dagli insulti pesanti ai gol sfiorati per uno 0-0 (poi 2-1 per il Carpi a sassuolo) incastonato in una stagione che alla fine significò C1 per il Carpi e nulla di fatto per il Sassuolo. Un pomeriggio importante per un mucchio di ragazzini e qualche fanatico, “una partita della vita” che a volte non finisce nemmeno nelle brevi dei quotidiani calcistici nazionali. L’odio e l’antipatia calcistiche non sono mai mancate tra i due estremi opposti della provincia modenese, entrambi collocati a ridosso del reggiano e con storie industriali alle spalle importanti e totalmente diverse. Carpi-Sassuolo, quando c’è stata, ha rappresentato per anni la partita di provincia tra chi non poteva emergere, tra il tentativo di rincorrere i sogni in stadi fatiscenti e ringraziare quando almeno c’era, uno stadio, tra le mille trasferte improbabili dell’Interregionale che fu. Storie su cui romanzare non ce ne sono, la memoria scompare piano piano e i racconti per i nipoti latitano, anche se spicca, per le statistiche, quel 8 febbraio del 1976 al Cabassi, con in campo l’attuale presidente del Carpi Claudio Caliumi, come terzino, e la rete di un certo Salvatore Bagni nel 2-0 per i padroni di casa. Interregionale, appunto.

Le due squadre si salutarono però proprio in quel lontano 1988 per rimanere distanti per anni e anni. Il Carpi, con la sua piccola e antica storia, col suo manipolo di tifosi, qualche centinaio, sempre presente, comunque e, in parte, ovunque. E il Sassuolo, che storia ne aveva meno, che la C1 non l’aveva mai vista e che viveva all’ombra di Modena senza problemi di campanilismo ma, anzi, risultando un vero e proprio tradizionale feudo del tifo gialloblu, con qualche decina di paesani disposti a seguire anche la squadra sassolese. E poco più. Perché si può negare tutto ma non che il Sassuolo Calcio, in un certo senso, non sia mai stato niente più di una tipica squadra di provincia, senza punte storiche particolari, senza un seguito, benché minimo, davvero costante nel tempo, senza ambizione. Una sorta di quel proverbiale Pizzighettone che, guarda caso, toccò il proprio picco storico proprio col Sassuolo battendolo in una semifinale Playoff per salire in C1 nel 2005.

La differenza, nel tempo, l’hanno fatta i soldi. Quelli di un magnate, quelli di un signore che, a un certo punto, ha deciso di unire il destino del marchio della propria azienda alle vicissitudini di una squadretta di periferia. Solo che, questo signore, magnate lo è davvero, non è uno di quelli che si presentano a fare affari nel calcio coi soldi del Monopoli. Per anni si è fantasticato di un Modena sulla falsariga del Parma che fu di Calisto Tanzi perché Giorgio Squinzi sforzi economici nello sport ne poteva (e ne può) sostenere parecchi. E anche di più. Ma Squinzi, milanese, scelse Sassuolo, città legata alle piastrelle e quindi agli affari dei materiali di costruzione della Materiali Ausiliari Per l’Edilizia e l’Industria. In una parola: Mapei.

Una volta era ciclista e una volta era presidente del consiglio.

Una volta era ciclista e una volta era presidente del consiglio.

Non siamo nostalgici del calcio che fu (o, meglio, lo siamo nella misura in cui si è  nostalgici di ciò che ci ricorda la giovinezza) o dello sport che fu, non vogliamo lasciarci ingannare dal tempo che passa e siamo perfettamente consci del business che si è costruito intorno al professionismo e del fatto che il tifoso di una SpA o simili è come il cittadino di fronte alle storture finanziarie del sistema capitalistico: si può lamentare finché vuole, ma comandano i soldi. Non per questo si smette però di essere tifosi o appassionati e non per questo è giusto ritenere un bel modello quello che prevede un milanese tifoso milanista che sfrutta i propri milioni per lanciare nel calcio che conta una squadra che assomiglia più al vezzo di un miliardario che a qualcosa che abbia a che fare con lo sport delle grandi imprese che diventano favole (da leggere tutto d’un fiato). Quello, cioè, dove ogni centimetro è sudato e non succede che vai a giocare addirittura fuori provincia perché i soldi possono tutto. I romanisti accetterebbero di giocare a Latina? I veronesi a Vicenza come li vedreste? Dei carpigiani a Modena abbiamo già detto e siamo a posto così.

Il Sassuolo, parere che non conta nulla, rappresenta il peggio del “calcio moderno” ossia il modello perfetto del capitale applicato allo sport e non ha nulla di fiabesco. Non è la squadra del sacrificio, se non quello economico che, però, di epico non ha nulla. Dubito esisterà mai un “Buffa racconta… l’epopea del grande Sassuolo”. A meno che i neroverdi non diventino, nel giro di qualche lustro, squadra capace di dominare in Italia e in Europa. Ma non cambierà la mia opinione perché questa non è una lega americana che, per altro, vive comunque su regole e trasparenza finanziaria che da queste parti ci sogniamo, una lega senza retrocessioni e con logiche economiche che mirano a livellare le possibilità di competizione per tutte le (grandi) squadre. Questa è la trasformazione del niente in un successo che è prima imprenditoriale che calcistico e, permettetemi, a me personalmente esalta il giusto. Cioè niente.

Parentesi personale che apro senza avere in tasca la tessere di chissà quale sedicente e novecentesco partito comunista e con l’abbonamento a Sky perché sono comunque parte del sistema e perché amo osservare lo sport in ogni angolo del globo. E non regge, perdonateci, la teoria dei tycoon e degli sceicchi che si divorano i grandi club europei perché lì, oltre ai soldi, si legano storie di calcio, di vittorie, di epoche lontane e vicine o, nel peggiore dei casi, come per il PSG, di gigantesche capitali europee in cerca di una vetrina calcistica che è sempre mancata pur vivendo nel cuore del vecchio continente. No, non sarà bello, ma non regge il confronto. Continuiamo a non trovare fascino nelle donne completamente ricostruite dai chirurghi per quanto, la bellezza, talvolta non sia nemmeno da mettere in discussione.

Sassuolo, in Reggio Emilia.

Sassuolo, in Reggio Emilia.

Perché la squadra di Eusebio Di Francesco, senza essere esaltante, è comunque un bel vedere. C’è talento, con quattro o cinque giocatori almeno che potrebbero fare parte della rosa di una grande nella A di oggi. Ci sono meccanismi perfezionati negli anni, tutto quadra a dovere con un possesso palla mai noioso anche se vive di rare folate. Una squadra che si permette di usare l’ottimo Andrea Consigli per ripartire da dietro inserendolo nel fraseggio di passaggi per creare superiorità in mezzo al campo. Ci sono giocatori che non sbagliano un pallone e che incollano a terra qualunque spiovente anche se arriva da cinquanta metri. E’ una bella squadra, il Sassuolo, che merita il posto che ha in classifica e che può sperare nel grande salto, forse, nel giro di un paio di anni, per andare ad assaporare un pezzetto d’Europa. E’ una squadra che ha battuto Juventus, Inter e Milan e che si è portata via un derby strameritato anche se condizionato da svarioni difensivi del Carpi imbarazzanti.

Ma più che il Sassuolo sembra di guardare la Mapei FC. E anche detto così, pur assomigliando ad un richiamo a Holly e Benji, non c’è niente della magia e del divertimento dell’anime nato da un’idea di Yoichi Takahashi. Sicuramente a Sassuolo non la vivono così. Le vibranti proteste per non andare a giocare a Reggio sono terminate in un batter d’occhio con la consapevolezza che Squinzi non si occupa di tifosi e di storie e che con lui c’è la Serie A. Punto. Quindi ci si gode il momento, forse con la convinzione che l’era Mapei sia la base per un futuro roseo a prescindere. Se così sarà, anche se sono in tanti a dubitarne, allora, forse, un giorno la storia sarà diversa. Altrimenti rimarrà una straordinaria parentesi dettata dalle idee e dai soldi di chi fa impresa (anche) col calcio. Per immagine. Poi, però, non ci si lamenti di poteri forti, conflitti di interesse e protezionismo verso le grandi se tutto gira intorno ad un Iban e a un brand. Capiamoci, il problema non sono i soldi, parte del nostro sistema, giusto o sbagliato che sia.  Ma non si può barattare una identità in nome di un marchio, di un giochetto, del denaro. Non farebbe schifo a nessuno, tanto meno a Carpi, avere una società in grado di stare sul “mercato”. Resterebbe da capire a che prezzo. Giocare a Modena per sempre, ad esempio, farebbe sparire il Carpi, il senso che hanno squadra e città, prima o poi si trasformerebbe tutto in un “nuovo” Modena. Non si costruisce la passione cercando pubblico ma tifosi, non la si costruisce solo con i nomi e il bel calcio, non si costruisce storia traslocando dalle proprie radici o se l’unica passione è apprire bravi a gestire imprese e non creare sport.

Chi mi conosce bene sa che tra i rari pregi ho quello di non soffrire di invidia. Tutto ciò per dire che se vivessi a Sassuolo tiferei certamente Sassuolo, godrei di ogni vittoria sognando in grande, ma non so se riuscirei davvero ad amare ciò che sta accadendo, a respirare ogni minuto di gioco come qualcosa ottenuto solo con i muscoli e lo sforzo, partita dopo partita, gol dopo gol, col romanticismo che fa contenti noi stupidi tifosi. Mi tengo quindi il Carpi, imprecando a ogni terzo passaggio (perché non riesce, mai!), a ogni stop del Pasciu, a ogni gol divorato da quei ferri da stiro che ci ritroviamo tra i piedi. Mi tengo l’impresa vera e genuina di un gruppo unico, costruito senza soldi e con mezzo sogno. Ce lo teniamo tutti perché un giorno avremo di che raccontare di quella volta che, dati come retrocessi sicuri, vincemmo il campionato. E l’anno dopo, ad aprile, potevamo ancora sognare di poter compiere una impresa ancora più grande con gli stessi ragazzi. Perché coi soldi costruisci tanto ma l’impresa romantica è quanto di più bello tu possa vivere e se anche la speranza è che qualcuno dia futuro a tutto questo deve essere chiaro che “tutto questo” esiste se esiste Carpi. Il resto è un prodotto del calcio moderno e per quanto divertente rimane tale. Non è il Manchester United. Rimaniamo quindi legati a ciò che siamo davvero, da cugini sfigati, che non hanno neanche i soldi per entrare al cinema ma fanno gli sbruffoni con tutti all’ingresso suscitando fastidio e un pizzico di simpatia. Poi arriva quello grosso, ci dà quattro sberle e torniamo a casa. Sorridendo. E’ il nostro anno preferito e non importa se domani parleremo di Serie D, ci consola sapere che qualcuno non può capire; l’arte non è per tutti. E nemmeno il Carpi. Forse.

 

“La strada era sparita. Piano piano, procedendo molto lentamente, gli autobus vennero verso di noi. […] Poi ci furono accanto. Alzai le mani sopra la testa e applaudii.

<<Grazie>>

Poi ce ne tornammo a casa.”

(Repubblica è una bellissima parola – Roddy Doyle, 1993, sull’eliminazione dell’Irlanda a Italia 90)

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5 Risposte

  1. chinabowl ha detto:

    Il mio fan numero 1 😀

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