Mossa e Contromossa – Barça vs Atletico, il Chievo e il derby di Milano

Prima puntata della nuova rubrica di analisi tattica sulle partite del weekend end calcistico, in cui il sottoscritto, dall’alto di nulla, prenderà alcune partite visionate tra sabato e domenica, analizzerà gli aspetti tattici utilizzati dagli allenatori e cercherà di spiegare le contromosse usate o che dovevano essere usate per riuscire ad eludere le scelte del proprio avversario e magari con quelle portare a casa un risultato positivo.

In questo esordio andremo ad analizzare due partite di estrema importanza e fascino, quali il derby di Milano di ieri sera e la supersfida della Liga fra Barcellona e Atletico Madrid, dando uno sguardo anche a cosa avrebbe potuto fare il piccolo Chievo per scalfire la corazza d’acciaio della Juventus schiacciasassi di questo periodo.

La contromossa vincente di Luis Enrique

Derby di Milano e Suarez l'esecutore

Suarez l’esecutore

Partiamo da quella disputata prima, il big match spagnolo tra le due attuali prime della classe giocato all’inusuale orario delle 16 di sabato.

Il Barcellona scintillante e vincitore di praticamente tutti i trofei giocati nell’ultimo anno e mezzo contro il solito arcigno e mai domo Atletico Madrid del Cholo Simeone, nella splendida cornice del Camp Nou.

Ci si aspettava una partita simile a quelle disputate nelle ultime stagioni, Barca padrone del gioco e Atletico che giocava di rimessa tenendo le linee strette e basse, ma Simeone stavolta ha iniziato diversamente, proponendo un 442 in cui i due centrocampisti laterali Saul e Koke giocavano praticamente a fianco dei mediani creando un quartetto centrale molto compatto, dando mandato ai terzini Juanfran e Filipe Luis di alzare la pressione sul portatore a metà campo.

Così facendo il gioco di possesso del Barcellona veniva subito sporcato dalla densità centrale del centrocampo e dall’aggressività dei laterali bassi, determinando nei primi 10 minuti palloni recuperati dall’Atletico in zona alta e ripartenze pericolose. Proprio da una palla recuperata e conseguente rimessa laterale i colchoneros hanno creato il sorprendente vantaggio immediato, grazie all’azione di Saul sul fondo e soprattutto all’inserimento centrale di Koke che ha scombinato gli aggiustamenti difensivi dei blaugrana.

La tattica dell’Atletico si basava proprio sull’idea che il Barcellona tenda sempre a sfruttare l’ampiezza del campo con le giocate di possesso sui terzini e sull’allargamento di Neymar e Messi, ma che poi cerchi sempre la giocata decisiva nella zona centrale della trequarti avversaria. Si lasciava la manovra iniziale verso l’esterno basso, ma si aggrediva subito coi terzini la giocata a destra su Messi e a sinistra su Neymar, per indirizzare il pallone verso il centro dove la densità era tanta e gli spazi pochi dove creare per i palleggiatori del Barça.

La mossa da usare l’ha anticipata Luis Enrique ed ha portato ai goal che hanno deciso la rimonta vincente, sfruttando anche degli errori avversari.

Il tecnico dei catalani ha spostato di 10 metri il baricentro della squadra in possesso, alzando la mediana e in particolare i due terzini, come nel primo goal in cui sul controllo di Neymar ai 20 metri Jordi Alba si butta in sovrapposizione e sfrutta il mal posizionamento di Juanfran, che decide di chiudere la zona centrale invece di contrastare subito la giocata senza palla del terzino della nazionale spagnola. Da lì il ritardo nella chiusura permette la giocata di talento e il servizio a rimorchio per Messi.

Ancora più palese la scelta vincente sul goal vittoria di Luis Suarez, in cui l’aggressività alta di Filipe Luis sulla giocata possibile di Dani Alves a Messi viene superata dal movimento senza palla ad uscire di Rakitic che costringe Godin a fare un passo verso l’esterno, lasciando uno spazio troppo grande perché una volpe come Suarez non l’attaccasse. Il filtrante lungo di Alves è perfetto, la lentezza nella diagonale di Gimenez decisiva e il miglior 9 del mondo sigla il goal che decide l’incontro.

Un Chievo troppo impaurito e dismesso

Nella partita del mezzogiorno domenicale in Serie A, la Juventus dominatrice degli ultimi tre mesi cercava di eguagliare il filotto di vittorie consecutive dell’era Conte affrontando a Verona un Chievo sempre pronto a sorprendere con il suo gioco poco spettacolare, ma molto redditizio.

Davanti allo schieramento abituale dell’ultimo periodo di Allegri con la difesa a 3 e i terzini alti a centrocampo, Maran rispondeva con un sistema a due punte mobili e un rombo di centrocampo in cui le mezzali avevano compiti differenti, con Radovanovic pronto ad allargarsi sia in fase d’attacco che di difesa e Castro più centrale a fare gioco e sporcare l’attività di Pogba. La Juventus con questo sistema propone sempre una posizione alta dei due laterali che vanno subito in pressing sulla metacampo, soprattutto con Liechsteiner che mordeva la giocata della difesa su Radovanovic, quando il mediano Rigoni veniva chiuso dal movimento difensivo di Dybala, lasciando ai tre di centrocampo il compito di coprire la zona centrale di trequarti.

Questo sviluppo tattico anestetizzava già in partenza tutte le giocate offensive del Chievo, lasciando pochissimi rifornimenti alle punte e poche idee dalla mediana, con molti errori che sono stati sfruttati in maniera cinica dai bianconeri.

La scelta che avrebbe dovuto fare Maran dalla panchina, sfruttando proprio le caratteristiche dei propri giocatori e i punti deboli del 352, era di mandare a turno una delle due punte verso l’esterno, in particolare nella zona di sinistra, così da attaccare lo spazio lasciato libero dalla salita di Liechsteiner o Alex Sandro e costringere i due difensori laterali (Barzagli e Caceres) ad allargarsi e creare quel buco dove Birsa, la punta o la mezzala opposta poteva infilarsi.

La giocata lunga verso la punta larga, a scavalcare il pressing, e la possibile giocata di sponda verso il centro per l’inserimento da dietro avrebbero sicuramente creato qualche problema alla fase difensiva della Juve e costretto Allegri a degli accorgimenti che potevano dare meno libertà di azione ai vari Marchisio, Pogba e Khedira, o dover abbassare i laterali all’altezza della difesa.

In più il fatto che la mediana juventina aspettasse lo sviluppo avversario nella propria metà campo dava l’opportunità al Chievo di poter alzare il baricentro del proprio mediano basso oltre la metà campo, così da poter ricevere in una posizione in cui i fraseggi veloci con Birsa o con la punta che scendeva in appoggio avrebbero creato situazioni di tiro dal limite dell’area.

Gli errori di schieramento di Mancini nel Derby

Derby di Milano, L'interpretazione di Alex della coreografia milanista

L’interpretazione di Alex della coreografia milanista

Chiudiamo la prima edizione della rubrica con il Derby di Milano di domenica sera, che negli ultimi tempi aveva proposto poco sia a livello tecnico, che tattico, che di emozioni, e in cui le due squadre arrivavano in un periodo delicato della loro stagione, il Milan alla ricerca di punti per rincorrere le posizioni di vertice in cui proprio l’Inter ha cittadinanza, ma con una significativa flessione che l’ha praticamente tolta dalla lotta per lo scudetto.

In stagione Mancini ha sempre modulato lo schieramento della propria squadra sull’avversario, cambiando sistemi e giocatori a seconda di chi trovava di fronte e anche nella sfida contro il Milan ha deciso di porsi a specchio con un 442, in cui spiccava l’esordio di Eder e l’esclusione del bomber Icardi, con la scelta di due terzini finora poco utilizzati come Santon e Juan Jesus.

Mihajlovic invece sceglieva la costanza visti i buoni risultati dell’ultimo mese, mandando il dinamico e fisico Kucka contro il centrocampo granitico dell’Inter e dando ancora fiducia a Honda sull’esterno destro.

Proprio in virtù di come il Milan si sarebbe schierato credo che Mancini abbia commesso degli errori nelle scelte, che potevano dare l’inerzia giusta ai nerazzurri.

Vista la presenza di due laterali di centrocampo offensivi e dalle caratteristiche differenti come Perisic e Ljajic, Mancini poteva attaccare Antonelli con l’esterno croato, togliendo una delle fonti principali di sviluppo del gioco milanista come l’asse mancino Antonelli-Bonaventura, e mandare il talento serbo a posizionarsi sulla trequarti per sfruttare la poca mobilità di Montolivo e costringere la difesa centrale ad alzarsi.
A quel punto uno come Jovetic risultava di troppo perché intasa lo spazio di movimento di Ljaic e poteva essere tenuto fuori per creare una coppia di punte come Icardi e Eder, abili entrambi ad attaccare la profondità in maniera continua ed efficace e puntare sul punto debole stagionale della difesa centrale rossonera, in difficoltà negli inserimenti centrali, vista la propensione di Romagnoli all’anticipo alto e la lentezza di Alex nella chiusura in diagonale.

Inoltre scegliere una mediana a due in cui c’è Medel non ha dato la superiorità tattica contro quella dei rivali e in più ha regalato a Kucka poco lavoro in fase difensiva che si è trasformato in una costanza d’attacco della linea centrale da metà campo ad area decisiva per le sorti dell’incontro.

Lo schieramento centrale a 3 dava superiorità di manovra con la palla e finalmente poteva garantire un valore a Kondogbia nel gioco box to box in cui si è esaltato nelle passate stagioni, diventando un gioiello del panorama europeo.

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