The Greatest

Un prete che ha servito a lungo come missionario sulle Ande della Colombia un giorno mi disse: “Che cosa sei tu? Tu non sei altro che la somma di tutti quelli che hai incontrato nella tua vita!”

Nel 1954 qualcuno gli rubò la bicicletta. Aveva solo dodici anni, ma decise che, al ladro, gliel’avrebbe fatta pagare prendendolo a pugni. Il poliziotto, Joe Martin, al quale raccontò la storia, gli propose di andare ad allenarsi alla boxe nella sua palestra e così lui fece. Pesava soltanto quaranta chili, ma in sei anni di allenamenti nella palestra di Martin sarebbe diventato il pugile dilettante più forte del mondo.

Il 28 agosto 1955 un ragazzo nero di quattordici anni, Emmett Till, mentre era in visita a parenti fu linciato ed orribilmente sfigurato da alcuni uomini bianchi per aver osato fischiare all’indirizzo di una cameriera bianca in un negozio di Money, nel Delta del Mississippi. Emmett era di Chicago e la madre volle che il corpo del ragazzo fosse esposto per le vie della città durante il funerale. Molti papà neri mostrarono le foto del funerale ai loro figli. Così fece anche il papà di Cassius Marcellus Clay. La faccia mostruosa di Emmett rimase impressa nei suoi occhi.

Portava un nome latino, per colui che trionferà proprio nelle Olimpiadi disputate a Roma nel 1960 ed un cognome che, letteralmente ed abbastanza ironicamente, significa “argilla”.

Il ladro della bicicletta e la foto di Emmett.

I due episodi segnarono, come tanti altri probabilmente, l’adolescenza ed il carattere di questo giovane nero, nato a Louisville, Kentucky, il 17 gennaio 1942 e cresciuto in un ambiente carico di tensioni razziali, di soprusi e di ingiustizie. Spesso Cassius ed i pugili dilettanti neri che si allenavano con Martin dovevano cenare seduti in automobile perché non potevano entrare nei locali destinati ai soli bianchi.

“Cittadini di seconda classe? Di sedicesima classe forse!” disse Clay tanti anni dopo alla BBC. “I cinesi, i portoricani, i messicani, tutti potevano (e possono ancora) fare ciò che vogliono. Noi neri siamo sempre in fondo alla scala sociale. Magari fossimo secondi!”

La vittoria olimpica non cambierà più di tanto Cassius Clay, ma lo farà conoscere al mondo. Se Jackie Robinson aveva aperto le porte del baseball ai giocatori neri, Cassius Clay avrebbe aperto le porte del mondo al razzismo che era fortemente radicato nella cultura americana, soprattutto negli stati del Sud. Di fatto era una forma, neppure troppo nascosta, di apartheid.

Al ritorno da Roma, Clay viene accolto con freddezza dalla sua città natale Louisville ed un ristorante, per l’ennesima volta, gli rifiuta l’ingresso. Clay, per la rabbia, getta la medaglia d’oro olimpica nel fiume Ohio. La storia appare nella sua autobiografia, ma probabilmente non è reale. Forse ha semplicemente perso la medaglia (ne riceverà una copia durante le Olimpiadi di Atlanta 1996, dove sarà l’ultimo tedoforo e farà commuovere il mondo intero), ma ovviamente non è questo il punto. Il punto è che Cassius Clay non era soltanto un grande pugile, ma un grande uomo, che comprendeva la storia e la società in cui viveva e che avrebbe fatto l’impossibile per lasciare un segno, per cambiare il mondo.

La boxe, la religione, l’essere americano, il razzismo e le condizioni sociali dei neri diventano un tutt’uno. Per Clay è impossibile non essere un uomo pensante. Per questo motivo viene spesso associato a Martin Luther King Jr. ed a Malcolm X. Fa parte dello stesso gruppo di “profeti” neri, soltanto che lui era un pugile e non un prete o uno scrittore.

Quando sale sul ring diventa un fenomeno. Il suo motto è “Float like a butterfly, sting like a bee”. Fluttua come una farfalla, pungi come un’ape.

Clay è veloce di gambe e veloce di braccia.

Sul ring danza ed improvvisamente colpisce.

Passa al professionismo dopo le Olimpiadi e dopo una carriera dilettantistica da 100 vittorie e 5 sconfitte. Tra i pro inizia a vincere ripetutamente ed in quattro anni si trova 19-0 ed alla soglia del titolo mondiale. A soli 22 anni affronta il campione in carica dei pesi massimi, Sonny Liston.

Allenato dal mitico Angelo Dundee, Clay sconfigge clamorosamente Liston nel 1964 in quella che diventerà la prima ascesa al titolo mondiale. Si ripeterà altre due volte diventando il primo a conquistare per ben tre volte la corona mondiale.

Subito dopo la conquista del titolo annuncia che è diventato membro dei Black Muslims, la Nation of Islam, e che ha cambiato il suo “nome da schiavo” (Cassius Clay) in Muhammad Alì. Come battista aveva passato molto tempo a leggere la Bibbia, ora leggerà il Corano.

La sua decisione di cambiare nome sciocca e scoccia molti americani, soprattutto bianchi, ma ovviamente ha un significato profondo. È una profonda denuncia della condizione dei neri d’America. Non c’è nulla di controverso, anzi è normale che un nero denunci quello che sta succedendo intorno a lui. Il fatto che sia un pugile, uno sportivo ed un personaggio pubblico con “voce” non rende la decisione “strana” in alcun modo. Altri grandi sportivi neri invece sono stati criticati negli anni successivi per non avere “spoken out” abbastanza sulle grandi tematiche sociali. Se sei così influente da vendere un miliardo di scarpe da basket con il tuo nome perché non ti esprimi sulle “inner city”, sulla droga, sulla disoccupazione, sulla polizia?

È molto orgoglioso del suo nuovo nome. Quando Ernie Terrell prima del loro incontro nel 1967 continua a chiamarlo “Cassius Clay”, Alì si arrabbia e gli promette che gliela farà pagare. Lo prende a pugni per 15 round e lo “tiene su” ad arte continuando a chiedergli ripetutamente “What’s my name?”

Clay, ora Muhammad Alì sentiva che era un suo dovere denunciare, esprimere il suo pensiero. Lo farà per tutta la vita.

Nel 1967, alla sua ottava difesa del titolo, manda KO Zora Folley al settimo round. Dopo l’incontro dichiara che rifiuta la chiamata alle armi per andare a combattere in Vietnam. “I Viet Cong non mi hanno fatto nulla!”

Viene condannato per renitenza alla leva, gli viene tolto il titolo mondiale e revocata la licenza per boxare. Lui è un ministro del culto musulmano, è un suo diritto rifiutarsi di andare in guerra. Pensa che la guerra sia sbagliata. Era il 1967. Gli Stati Uniti forse avrebbero dovuto ascoltare Alì e ritirarsi dal Vietnam. E risparmiare la vita a 38.000 dei loro soldati ed a centinaia di migliaia di civili. E ad evitare quell’inferno che avvenne nel sud-est asiatico.

Nuovamente non è una scelta assolutamente controversa, è una scelta di pace.

Ricorre fino alla Corte Suprema, ma perde 43 mesi di carriera, nel suo “prime time” fisico. Ritorna sul ring nel 1970 ad Atlanta, in Georgia, dove il governatore tenta in tutti i modi di bloccare l’incontro.

Quando incontra Lou Frazier l’8 marzo 1971 nel “Fight of the Century” è ancora a rischio di incarcerazione. Ha 31 vittorie e zero sconfitte. Perde per KO alla quindicesima ripresa. È la sua prima sconfitta. Vince invece qualche mese dopo alla Corte Suprema che ribalta la sentenza di carcerazione (8-0). Alì è un uomo libero. Ma non è forse più il pugile che era prima della sospensione.

Porta la boxe in posti impensabili fino ad allora: Kinshasa, Jakarta, Manila, Kuala Lumpur, Puerto Rico, Nassau. I suoi incontri diventano quasi dei film con tanto di titolo, eventi mondiali. “The Rumble in the Jungle”, “The Thrilla in Manila”, “Drama in the Bahamas”. Il mondo segue ogni suo combattimento, ovunque avvenga e a qualsiasi ora si disputi.

Sconfigge Frazier a New York nel 1974, poi lui e George Foreman volano fino in Zaire. Contro questa montagna di muscoli Alì usa una tattica straordinaria. Gli concede i fianchi chiudendosi a riccio sulle corde per i primi sette round. All’ottava ripresa Alì esce allo scoperto, Foreman è stanco per aver attaccato senza grandi risultati e finisce KO. Dimostra di essere, alla bisogna, anche un grande incassatore. La folla, alla quale aveva detto di essere belga, è in completo delirio.

A Manila si sale di un altro gradino. Alì e Frazier si scontrano per quattordici violentissimi round. “È stata la cosa più vicina a morire che abbia mai provato” dirà Alì alla fine, ma sarà Frazier a non rispondere alla campana del quindicesimo round.

È il picco dei suoi 61 incontri. È il picco della storia del pugilato? Nel 1978 perde e poi vince, a quasi 37 anni, contro Leon Spinks per riconquistare il titolo mondiale. Chiude la carriera con due sconfitte (Larry Holmes e Trevor Berbick) a 38 anni suonati e ad un mese dal suo quarantesimo compleanno. Due incontri che sportivamente poteva evitare ma che probabilmente pretende il modo del business, ormai padrone della boxe. Termina con 56 vittorie e 5 sconfitte la sua carriera professionistica.

Continua invece la carriera di ambasciatore dei diritti umani. Ovunque vada si radunano folle immense. Cerca di ascoltare tutti ed avere un gesto o una parola di affetto per tantissimi. Incontra papi e presidenti, perché pure lui ha la stessa statura morale e carismatica (a volte superiore!) di coloro che incontra anche se è soltanto un ex-pugile.

Ma è qualcos’altro che lo colpisce.

Muhammad Ali è morto a causa di una crisi respiratoria il 3 giugno 2016 a Phoenix, Arizona. Aveva 74 anni. Dal 1984 soffriva della malattia di Parkinson causata probabilmente anche dalle decine di migliaia di pugni alla testa che aveva ricevuto.

Nel 1984 disse: “Quello che ho sofferto fisicamente è valso la pena per ciò che ho realizzato nella vita. Un uomo che non è abbastanza coraggioso da prendersi dei rischi non raggiungerà nulla nella vita.”

Anche Muhammad Alì è stata la somma di tante persone e situazioni che ha incontrato; ma certamente, dentro di noi, anche se non lo abbiamo mai incontrato di persona, c’è un grande pezzo di Alì.

RIP The Greatest.

Muhammad Ali

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