Voglia di 10

Sì, questo articolo esce un po’ in ritardo.

Ma diciamoci la verità: stiamo spudoratamente salendo sul carro dei vincitori, anzi per essere precisi sul carro dei qualificati: non che fosse difficile, vista la esotica formula di questi europei che concede un 66,6% (periodico) di possibilità alle squadre qualificate di accedere alla fase ad eliminazione diretta, ma è pur vero che la nostra compagine ci ha spesso regalato grosse soddisfazioni in merito; e soprattutto l’alone di scarsezza che la circondava ci aveva fatto probabilmente eccedere nella prudenza (anche se vista la partita con l’EIRE, forse non avevamo proprio proprio ecceduto, ma vabbè).

E proprio di questo alone di scarsezza vogliamo parlare, nella sua espressione più alta: l’indegna assegnazione della maglia numero 10 all’onesto Thiago Motta, centrocampista da São Bernardo do Campo (provincia di São Paolo).

Rosucci meglio di Motta

Rosucci meglio di Motta

Ci siamo messi allora a scartabellare i nostri archivi, alla ricerca della verità evoluzione nella storia dell’assegnazione della tanto ambita maglia. Quanti campioni l’hanno vestita? Quali campioni? E, soprattutto, quante seghe?

Immaginando la vestizione dell’oggetto del desiderio come una lunga staffetta, ripercorriamola all’indietro, come un lungo flashback in cui tante volte vorremo scordarci del passaggio precedente, un po’ alla Memento. Anche se probabilmente scopriremo che la sorpresa è alla partenza.

Thiago Motta ha avuto la fortuna di ereditare questa maglia direttamente da Antonio Cassano da Bari Vecchia, che l’ha onorata per ben due edizioni finali di grandi tornei (Brasile 2014 – fuori al primo turno – e Polonia-Ucraina 2012 – finale persa tanto a poco con la Spagna). Possiamo dire che nell’ereditarla probabilmente non ha neanche avuto bisogno di lavarla, visto che non era neanche sudata? Non so se lo possiamo dire, però lo diciamo.

Sull’onda della continuità nell’analfabetismo tra Antoni, Cassano sfilò la agognata maglia dalle spalle di Antonio Di Natale, che in Sud Africa 2010 non riuscì nella titanica impresa di difendere il titolo conquistato a Berlino quattro anni prima contro le insuperabili armate di Slovacchia, Nuova Zelanda e Paraguay (fuori anche qui al primo turno).

2008, Austria – Svizzera: la maglia qui fu indossata da Daniele De Rossi, su cui il presente articolista preferisce non pronunciarsi. Maglia probabilmente trovata in un angolo degli spogliatoi di Trigoria, lasciata incustodita dal precedente possessore, che la vestì per le tre edizioni precedenti: Germania 2006 – minuto di silenzio; Portogallo 2004 – ossia l’europeo del biscotto in salsa scandinava (non è un piatto della bottega svedese di ikea); Corea-Giappone 2002 – l’anno di Byron Moreno (e dei gol mangiati da Vieri).

Prima di Totti, negli anni francesi (ossia gli anni in cui siamo stati eliminati dalla Francia) la maglia fu indossata da Alessandro Del Piero, di cui alcuni ricordano prestazioni non proprio eccelse in quelle due edizioni; nel 1996 fu la volta di Albertini – non il sindaco – ma comunque restammo in mutande.

Fu forse il 1994 l’anno (l’unico?) in cui la maglia fu realmente onorata, anche se Baggio si fermò qualche secondo ed un rigore in meno del necessario.

Ed ecco che ora, finalmente, entriamo nella storia: finalmente una supersequenza di grandi numeri 10, da far impallidire Thiago Motta; Nicolino Berti ad Italia 90 (con che coraggio presentarsi a giocare i mondiali in casa con la 10 data a Berti? Mah), Gigi De Agostini durante gli europei in Germania (Ovest) del 1988 – quando fummo eliminati in semifinale dai russi; Salvatore Bagni (sì, quel Salvatore Bagni, che prima di diventare telecronista fu anche giocatore) in Messico 1986 – fuori agli ottavi per mano di Platini, fino a concludere la lunga voltata con Giuseppe Dossena campione del mondo nel 1982.

Acceleriamo il falshback, saltando da Antognoni a Benetti, da Rivera a Bertini, da Facchetti a Sivori passando per Juliano, per poter arrivare a colui che è il capostipite dei giocatori che hanno vestito la maglia numero 10 azzurra, colui in questa lunga staffetta (simbolica) era fermo sui blocchi col testimone in mano, nel lontano 1954, in Svezia: Gino Cappello, conosciuto anche come Cappello IV.

11 partite in Nazionale, tre gol. Le cronache dell’epoca ne parlano come di un grande campione, capitato in un’epoca sfortunata – l’Italia del post-Superga – ma anche di una testa bella calda, che nell’estate 1952, in un torneo di bar a Bologna (torneo di cui ignoriamo tutti i possibili particolari), aveva colpito un arbitro mandandolo all’ospedale e per cui era stato squalificato a vita, per poi essere riabilitato dopo un anno.

Cappello IV meglio di Cassano?

Cappello IV meglio di Cassano?

Quindi, volendo concludere: questa benedetta numero 10 è stata più croce che delizia, nella storia della nazionale italiana. Siamo così sicuri che sia un male che sia stata data a Thiago Motta da São Bernardo do Campo?

…che poi possiamo dirlo, probabilmente questa storia della maglia numero 10 magari è un po’ scappata di mano ai giornalai italici. Di sicuro è scappata di mano a noi.

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