I dolori del giovane VAR

Quanto sono riuscito a trovare sulla storia del povero VAR, l’ho raccolto con cura e qui ve lo presento, e so che me ne sarete grati. Al suo spirito, al suo carattere, non potrete negare ammirazione e amore, né al suo destino le vostre lacrime.

5 marzo 2016.

Viene infine alla luce, al termine di un lungo travaglio culminato nella 130^ Assemblea Generale dell’IFAB, il sistema VAR. La notizia si diffonde presto in tutto il globo, tra gli encomi degli appassionati che in esso proiettano le speranze di un calcio migliore ed i primi atroci dubbi sul genere del termine, problema squisitamente italico ancora oggi fonte di accapigliamenti.
Di esso si iniziano a scandagliare i 10 princìpi costituenti ed il protocollo di utilizzo, tassativamente uguale per tutti. Ma fin da subito le regole passano in secondo piano: il neonato VAR viene accolto e celebrato come l’emblema di un gioco finalmente immune da errori arbitrali, la vittoria della tecnica sull’umano. Nonostante il primo principio sottolinei con forza che “l’obiettivo non è il raggiungimento di una precisione del 100% per tutte le decisioni”, in breve questo pericoloso equivoco si radica nell’opinione dei più, ingenerando aspettative irrealistiche sulla tecnologia. Ad esse il suo destino sarà necessariamente legato, per sempre.

12 agosto 2016

Non vi è più tempo per le dissertazioni teoriche. Nella lontana USL, campionato cadetto americano, la tecnologia muove i primi passi. L’obiettivo, ovvero stabilire se il gioco ne beneficia oppure no, può essere finalmente raggiunto tramite la sperimentazione in campo. Ardenti sono le speranze.

18 dicembre 2016

Dopo la timida apparizione nell’amichevole settembrina tra Francia ed Italia, è giunto infine il momento di una verifica autorevole: la coppa del mondo per club rappresenta il primo banco di prova ad alti livelli per l’acerbo sistema VAR. Il giorno della semifinale tra Atletico Nacional e Kashima Antlers conosce per la prima volta l’amarezza della polemica: il primo, storico rigore assegnato grazie alla segnalazione dell’arbitro al monitor è viziato da un fuorigioco non rilevato. La FIFA si erge in sua difesa puntualizzando che il giocatore è stato giudicato non in fuorigioco (in quanto impossibilitato a contendere il pallone), ma non è sufficiente a sopprimere il vocìo. L’impatto è persino peggiore con l’aristocrazia, giacché dopo una finale controversa Zidane non nasconde le sue perplessità e Modric, meno diplomatico, sentenzia causticamente: “non è calcio”. È solo un primo assaggio di tutta la lunga serie di dichiarazioni scettiche o apertamente ostili che lo attendono ai vertici, le quali non mancheranno di gettare ombre sull’utilità della tecnologia rinfocolando i sospetti di molte frange di tifosi.

11 giugno 2017

Ormai è deciso: il VAR approda in Serie A, oltre che in Bundesliga. C’è chi grida al miracolo, chi è sollevato all’idea di poter finalmente legittimare i propri successi, ed una maggioranza di moderati che si auspica semplicemente di non assistere più a polemiche sanguinose di ogni tipo.


Oggi, a distanza di pochi mesi, appare chiaro che l’ingenua speranza di Infantino di restituire un senso di giustizia agli spettatori sia un miraggio. Mezza stagione è bastata a far indignare un po’ tutte le tifoserie, chi più chi meno, una dopo l’altra scagliatesi contro il sistema VAR e l’uso che se ne fa. I sospetti diventano certezza, nel momento in cui l’ausilio della tecnologia non è sufficiente ad evitare quelli che vengono percepiti  come errori inaccettabili: la malafede è dimostrata.

Ma se non siete tra i tanti entusiasti delle teorie del complotto, non vi resta che tentare di dare una risposta alla domanda delle domande: perché gli arbitri sbagliano anche con il VAR?

Rispondere appare un’ardua impresa, ma è possibile. Il primo ordine di spiegazioni è di natura regolamentare, e riguarda il senso stesso dello strumento: l’obiettivo del sistema VAR, espresso a chiare lettere, è di permettere ad un arbitro di cambiare una decisione che si dimostri essere un “clear error”, sulla base della domanda “was the decision clearly wrong?”. Questo principio cardine è il responsabile della maggior parte dei presunti errori che vengono impugnati dai critici, perché il regolamento stesso del gioco non è oggettivo e, di conseguenza, definire in modo oggettivo che cosa sia un errore è in talune situazioni del tutto impossibile.
Facciamo un esempio. Per quanto riguarda il fallo di mano, l’enfasi del regolamento è tutta sul concetto di ”atto intenzionale”: esso sancisce che l’arbitro “deve valutare se il contatto tra il pallone e la mano o il braccio è voluto dal calciatore”. Benché l’AIA si inerpichi per fornire dei criteri di valutazione uniformi, appare subito evidente che si chiede all’arbitro di fare un processo alle intenzioni, necessario ai fini del gioco ma impraticabile con obiettività. Il giudizio, dunque, non potrà che essere frutto di discrezionalità. All’atto pratico, ciò significa che due arbitri (dietro al monitor) devono stabilire se la decisione soggettiva di un altro arbitro (in campo) su una situazione che non può essere giudicata in modo univoco sia un chiaro errore, con il risultato che si aggiunge discrezionalità alla discrezionalità. Il concetto di “clear error, da cui nasce la domanda di partenza, perde completamente di senso in situazioni come questa ed è il motivo per cui, ad esempio, le moviole condotte da ex arbitri differiscono tra loro: come ogni sport dinamico, il calcio non permette intrinsecamente di imbrigliare alcune situazioni entro parametri valutativi certi. Si pensi al recente gol di Fazio, di cui si potrebbe discutere all’infinito senza raggiungere mai il consensus omnium.

Tuttavia, se da un lato è vero che alcune situazioni richiedono per loro stessa natura di essere interpretate, è altrettanto vero che altre – come un fuorigioco – non sono discrezionali. In questo caso si parla quindi di errori puri, non condizionati dalla logica di cui sopra; sono apparentemente ingiustificabili e sono le colonne portanti di qualunque vaniloquio complottista. Ma, ad un’analisi meno superficiale, ci si accorge che spesso la spiegazione è più semplice di quanto sembri e non richiede per forza di rifarsi ad oscure macchinazioni. Più semplicemente, si potrebbe infatti ricondurre questa tipologia di errori nell’alveo dell’insufficienza umana.
Prendiamo ad esempio la svista più clamorosa di tutte: un gol in fuorigioco. Il VAR (Video Assistant Referee) e l’AVAR (Assistant Video Assistant Referee) sono in questo caso chiamati a selezionare il fotogramma esatto del momento in cui il pallone è stato appena colpito, prima che si deformi per l’urto e che vi sia luce tra esso ed il piede. Considerando l’azione in velocità, la scelta di un frame piuttosto che un altro cambia completamente la situazione. Non solo: la linea (tracciata da un software) spesso non basta a dirimere tutti i dubbi sulla posizione di un giocatore e, come sostiene Rosetti, occorrerebbero immagini tridimensionali e rotabili. C’è motivo di credere, dunque, che gli addetti al VAR (arbitri e non assistenti, un dettaglio non marginale) possano incontrare dei problemi tecnici e rischino di pasticciare. Ricordate l’espressione perplessa ed imbarazzata di Pasqua in Juventus-SPAL mentre i colleghi cercavano di rilevare il (facile) fuorigioco di Paloschi mettendoci più tempo del previsto?

Ma non basta. Alle difficoltà tecniche si aggiunge un altro fattore, che ci aiuta a comprendere meglio il motivo di certi errori. In psicologia della percezione è noto un fenomeno descritto in letteratura con il nome di change blindness: come suggerisce il nome, gli esseri umani presentano una difficoltà non indifferente nel notare cambiamenti, anche macroscopici, laddove l’attenzione (processo dalle potenzialità limitate) non supporta l’atto di guardare qualcosa. Questo ci aiuta a comprendere come sia possibile che alcuni colpevoli di incidenti stradali dicano “ho guardato ma non l’ho visto” o, più banalmente, perché a volte non riusciamo a vedere cose che ci stanno sotto il naso quando le cerchiamo di fretta e con la testa altrove.
I due arbitri nella stanza della revisione hanno a disposizione tutte le immagini prodotte da un minimo di 12 telecamere, e devono scegliere ogni volta che cosa guardare. Non deve dunque stupire se a loro sfugge qualcosa, perché la mole di informazioni disponibili è al di là di quanto due cervelli umani siano in grado di elaborare e gestire in tempi ristretti e sotto pressione.
Ad esempio, si pensi ad un fallo da rigore. Una scelta troppo frettolosa delle immagini da esaminare può stravolgere completamente la valutazione dell’episodio: l’inquadratura migliore fa la differenza, e non a caso il replay chiarificatore appare spesso solo molto tempo dopo l’azione incriminata. Se non si è disposti ad attendere a lungo per ogni decisione di questo tipo – ed il VAR persegue l’intento di gravare il meno possibile sul flusso del gioco – simili errori sono del tutto inevitabili.

Queste argomentazioni forniscono materiale sufficiente a chi cerca chiavi di lettura che arginino in lui il presentimento, se non l’intima certezza, del complotto. Ma non sono sicuramente abbastanza forti da scalfire l’opinione dei più, che a causa di aspettative sbagliate e dell’ignoranza tanto del regolamento quanto del funzionamento umano hanno già condannato il VAR ed il suo utilizzo, il quale può essere senz’altro migliorato ma è vincolato a dei limiti invalicabili. Come tutti i giudizi sommari, il processo alla tecnologia è un florilegio di accuse feroci ed ingiuste ad un sistema di per sé incolpevole, nato con l’unico intento di migliorare il gioco del calcio.

E tu, anima buona, che soffri esattamente lo stesso tormento, attingi conforto dal suo dolore, e lascia che questo piccolo articolo ti sia amico, se per sventura o per colpa non puoi trovarne di più prossimi.

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